Diabete. La terapia moderna.

Il diabete è una malattia cronica, in cui si ha un eccesso di glucosio nel sangue.

Per formulare la diagnosi, i medici seguono le indicazioni dell’”Organizzazione Mondiale della Sanità”, riprese negli “Standard per la cura del diabete mellito”, edite a cura delle organizzazioni sindacali dei medici diabetologi.

Si ritiene ammalato di diabete una persona, che abbia almeno 126 mg/dl di glicemia a digiuno e 200 mg/dl due ore dopo il carico con glucosio orale, oppure almeno 200 mg/dl in qualsiasi momento con i sintomi tipici della malattia.

Il pancreas segue le variazioni della glicemia e, se la glicemia si mantiene entro un certo intervallo, non interviene.

Questo intervallo è stato definito come “punto d’equilibrio glicemico”.

Il punto di equilibrio glicemico non rimane costante nel tempo e si può ritenere che nella fase di pre-diabete esso aumenti gradatamente.

Monitorando nel corso degli anni i valori, che ha il punto d’equilibrio glicemico, si può prevedere se una persona in futuro diventerà diabetica e, se l’indagine è condotta sistematicamente, si potrà predire anche il numero di anni, che passeranno prima della diagnosi di diabete conclamato.

La glicemia è un indicatore della malattia e non la causa.

Se si esamina il comportamento del diabetico nei riguardi della glicemia, cioè del glucosio presente nel sangue, si nota che mentre le persone sane nella glicolisi dal piruvato formano l’acetil-coernzimaA, le persone diabetiche formano in parte l’acetil-coenzimaA e in parte il lattato, che è acido lattico, che ha perso un protone, cioè uno ione H+.

Il diabetico è un grande produttore di acido lattico.

L’acido lattico va al fegato ed è trasformato in glucosio con la gluconeogenesi e sottoposto a glicolisi con formazione di altro lattato.

Il diabetico è interessato al ciclo del lattato, con dispendio di energia.

Sembra che la formazione di acido lattico sia dovuta a un’insufficiente ossigenazione delle cellule, per cui è salutare che il paziente diabetico viva la sua vita quanto più è possibile in luoghi ben ossigenati, circondati dal verde e da aria buona.

Nel momento in cui il diabete è diagnosticato, sono passati circa sette anni dall’instaurarsi della malattia, con i danni prodotti, che si potrebbero evitare con una diagnosi precoce, per es. monitorando l’andamento del punto d’equilibrio glicemico.

Il punto d’equilibrio glicemico aumenta lentamente nel corso degli anni.

Nel tempo aumenta l’intervallo dei valori della glicemia per cui il pancreas non interviene a secernere insulina.

È come se l’organismo si abituasse ad avere valori di glicemia sempre maggiori e non reagisse alle leggere iperglicemie, ritenendole nella norma.

Se il punto d’equilibrio glicemico è, per es., 120 mg/dl, il sistema di regolazione della glicemia ritiene che 120 mg/dl sia un valore normale e il pancreas non secerne insulina.

È nell’aumento del punto d’equilibrio glicemico il formarsi della malattia diabetica e occorre monitorarlo per una diagnosi il più possibile precoce.

Poiché sembra che la malattia si trasmetta con i geni femminili, è molto importante sottoporre a screening dapprima i figli di madri diabetiche, che sembra siano esposti ad alto rischio diabetico.

Certamente la diagnosi precoce aiuterebbe moltissimo nella prevenzione delle complicanze del diabete.

Diagnosticato il diabete, c’è una trafila di terapie: dieta, pillole ipoglicemizzanti e insulina.

Ogni soggetto diabetico è destinato a fare questa trafila, che desta non poche perplessità.

Se tutti i santi devono finire in gloria, cioè se la terapia diabetica deve finire in insulina, non si capisce perché si debba dare modo alla malattia di peggiorare perdendo tempo e non passare subito alla terapia insulinica, pur conservando i benefici di una dieta appropriata e quelli derivanti dalle pillole ipoglicemizzanti, che mantengono sveglio il pancreas.

Il dosaggio dell’insulina è fatto in modo ottimale con l’uso del computer.

Il dato da tenere in considerazione è l’energia consumata giornalmente dall’organismo del paziente diabetico.

A fronte di questa energia occorre prevedere di assumere con i pasti l’energia equivalente.

Se si mangia di più, la glicemia è più elevata e s’ingrassa, se si mangia di meno si dimagrisce.

Occorre controllare il peso del paziente diabetico e regolare la dieta in modo da mantenere il peso nei limiti accettabili.

Il peso in kg diviso per l’altezza in metri al quadrato = IMC (indice di massa corporea) o BMI (Body Mass Index) non dovrebbe essere superiore a venticinque.

Siccome il paziente, che ha un’alimentazione eccessiva, è soggetto a iperglicemia, qualche medico può essere indotto ad aumentare la dose dell’insulina con danno evidente per il paziente.

Invece di aumentare la dose dell’insulina bisogna diminuire le quantità di cibo oggetto dei pasti, altrimenti il diabetico ingrassa anche notevolmente.

Si ritiene che la glicemia debba essere limitata a 91-100 mg/dl sul sangue capillare, corrispondente a circa 111-120 mg/dl sul sangue venoso.

Se la media dei valori della glicemia si mantiene tra 91 e 100 mg/dl sul sangue capillare, l’emoglobina glicosilata virtuale, determinata mediante software, si mantiene compresa tra 5.5% e 5.8%, (valori confermati dalle analisi di laboratorio).

Normalmente il diabetico sottoposto alla trafila delle tre terapie (dieta, pillole e insulina) ha un’emoglobina glicosilata superiore al 7.5% e in molti casi anche maggiore dell’8%.

Se si controlla la dieta e si assumono le pillole ipoglicemizzanti e s’inietta l’insulina, non è difficile mantenere l’emoglobina glicosilata a valori minori del 6%.

Nel dosaggio dell’insulina occorre tener conto che l’insulina da iniettare non è tutta quella occorrente all’organismo, perché il pancreas continua a secernere insulina.

Occorre iniettare la differenza tra l’insulina occorrente all’organismo e quella secreta dal pancreas.

In stato di iperglicemia il pancreas aumenta la secrezione d’insulina e potrebbe essere pericoloso aumentare anche la dose dell’insulina iniettata.

Molto spesso a fasi di iperglicemia seguono forti ipoglicemie dovute a eccesso d’insulina.

Con il dosaggio computerizzato non si corrono questi rischi.

In caso di ipoglicemia il paziente si dà da fare e ingoia zuccheri, biscotti, ecc..

In questi casi non bisogna iniettare insulina, ma occorre attendere almeno un’ora per dar modo ai dolci di trasformarsi in glucosio, poi ripetere il controllo glicemico e dosare l’insulina in base al nuovo valore della glicemia.

Non fare l’iniezione d’insulina equivale a innescare lo stato d’iperglicemia a seguito dell’ipoglicemia.

Il corpo entra in stato d’instabilità e diventa difficile controllare la glicemia.

È molto importante controllare l’alimentazione, la dieta.

Il primo controllo della glicemia comincia con la dieta, con quello che si mangia e quanto se ne mangia.

Non si ritiene necessario che il pasto sia soggetto a forti limitazioni nelle quantità e nelle qualità dei cibi.

Occorre limitare i grassi, che il diabetico ha difficoltà a digerire, perché non ha molto acetil-coenzimaA necessario nel ciclo di Krebs per metabolizzare i grassi.

Terminare il pasto con un piccolo o piccolissimo dolcino può essere una buona consuetudine, purché non si esageri nella misura.

Il pasto deve essere equilibrato e contenere tutte le sostanze necessarie all’organismo a parte una certa limitazione dei grassi.

Per favorire l’ossigenazione delle cellule è importante assumere sostanze come il tè verde, l’acido ascorbico (vitaminaC) e altre sostanze riconosciute come efficaci antiossidanti.

Gli omega3 lasciano perplessi poiché potrebbe essere variato il rapporto omega6/omega3 con risultati sorprendentemente negativi.

È molto importante che il paziente abbia un buon colloquio con il proprio medico curante e sia in grado di capire ciò che il medico gli dice.

Per molti pazienti diabetici può essere necessaria anche l’assistenza di una persona di famiglia, che sorvegli i dosaggi dei medicinali e le quantità dei pasti, con particolare riferimento al dosaggio dell’insulina e ai peccatucci di gola.

Ci vogliono tre culture: quella del medico, quella del paziente e quella dell’assistente.

Se si riesce a coordinare al meglio le tre culture, ci sono buone speranze che il diabete possa essere messo sotto controllo in modo efficace.

Le tre terapie rappresentano i criteri di cura classici, che per essere efficaci devono essere sempre tenuti sotto controllo e applicati con la necessaria intelligenza.

Individuato nel ciclo del lattato il punto debole del paziente diabetico, la ricerca dovrebbe essere mirata a individuare il modo d’intervenire per correggere il difetto.

Secondo le cattive abitudini di qualche società farmaceutica si andrebbe a limitare se non a inibire la gluconeogenesi, con risultati a dir poco disastrosi e quindi inapplicabili.

Si potrebbe influire sull’acido lattico, cercando di intercettarlo nel sangue prima che raggiunga il fegato ed è quello che fanno gli antiossidanti.

Sarebbe necessario un potenziamento dell’efficacia degli antiossidanti per ridurre la quantità di acido lattico circolante nel sangue.

In questo caso diminuirebbe la quantità di glucosio disponibile e occorrerebbe aumentare le quantità dell’alimentazione, per sopperire con glucosio di prima produzione quello derivante dalla gluconeogenesi.

La ricerca sarà lunga e difficile, ma si spera che il futuro ci riservi piacevoli sorprese.

Diabete. Ossigenazione.

Il diabete è una grave malattia, che è diagnosticata osservando i valori della glicemia, cioè del glucosio presente nel sangue, in determinati momenti della giornata.

Altro fattore indicativo è considerato il valore dell’emoglobina glicosilata nel sangue, cioè la percentuale di molecole di emoglobina, che si trovano legate, con legame covalente, a molecole di glucosio.

Per il diabete tipo due, che interessa in generale le persone ultraquarantenni, si considerano anche alcuni dati quali l’obesità, la poliuria, cioè la necessità di urinare abbastanza spesso, il dimagrimento ingiustificato, talvolta anche la necessità di bere in continuazione.

In genere il diabete è caratterizzato da un’insufficiente secrezione d’insulina da parte del pancreas.

Tralasciamo quei particolari che sono propri della cultura del medico, che rimane una figura indispensabile per affrontare il diabete.

In genere è degno di attenzione un valore di glicemia maggiore di 125 mg/dl a digiuno.

Due ore dopo il pasto, se la glicemia dovesse superare i 200 mg/dl, è un altro sintomo indicativo della possibile presenza del diabete.

Per quanto riguarda l’emoglobina glicosilata si considera il valore di 6.5% come sintomo della malattia in atto.

Normalmente l’emoglobina glicosilata non deve superare nelle persone sane il valore del 6%.

Negli Stati Uniti d’America è stata creata una formula, che lega il valore dell’emoglobina glicosilata con quello della glicemia media.

Questa formula è stata utilizzata per determinare il valore dell’emoglobina glicosilata partendo dalla glicemia misurata nei diversi momenti della giornata.

È stato predisposto un software, che utilizza questa formula e fornisce in tempo reale valori approssimati con sufficiente precisione dell’emoglobina glicosilata.

La terapia consiste nella dieta, nell’uso delle pillole ipoglicemizzanti e nella somministrazione d’insulina.

Nella fase iniziale della malattia si è soliti cercare di controllare la glicemia con la sola dieta.

Si limitano in generale i carboidrati e si escludono quasi del tutto i grassi, perché una caratteristica del diabete è data dalla difficoltà a metabolizzare i grassi.

Le pillole ipoglicemizzanti si usano nel caso in cui la sola dieta non riesca a riportare i valori della glicemia entro limiti accettabili.

Occorre porre attenzione a limitare il consumo di alcool, che non va molto d’accordo con le sulfaniluree, che, normalmente si trovano associate alla metformina nelle pillole ipoglicenizzanti.

L’uso di alcool può portare a pericolose ipoglicemie con rischi molto elevati assolutamente da evitare.

L’uso dell’insulina comporta la massima attenzione.

Un dosaggio eccessivo può portare a ipoglicemie, che sono assolutamente da evitare.

Un dosaggio insufficiente porterebbe ad avere una glicemia eccessiva.

Un uso corretto del dosaggio dell’insulina, come quello che si ottiene mediante l’uso di un apposito software, consente di mantenere la glicemia tra 70 e 110 mg/dl con valori pressoché costanti durante tutta la giornata.

Questa vuole essere una breve sintesi per riassumere le caratteristiche della terapia, che è volta sia a limitare i valori della glicemia, sia a evitare che durante la giornata ci siano variazioni apprezzabili tra i valori della glicemia.

Le variazioni della glicemia, gli sbalzi, i valori altalenanti sono indici d’insufficiente dosaggio nella terapia con conseguente instabilità dei valori della glicemia.

Se si riesce a stabilizzare i valori della glicemia e a non avere eccessive variazioni sicuramente si allontana la possibilità di andare incontro alle complicanze della malattia.

Ormai sono più di trent’anni che m’interesso del diabete, sviluppando una certa cultura del paziente, che deve aiutare a fare capire meglio i discorsi del medico e i risultati sembrano essere soddisfacenti.

Mi sono interessato in particolare a capire come s’instaura il diabete, come si contrae questa malattia.

L’eccessiva quantità di glucosio presente nel sangue è un indice della presenza della malattia.

L’eccessivo valore dell’emoglobina glicosilata è un altro indice della malattia.

Non si può però affermare che il diabete sia dovuto a un’eccessiva quantità di glucosio presente nel sangue o a un valore eccessivo dell’emoglobina glicosilata.

È evidente che l’iperglicemia e l’eccesivo valore dell’emoglobina glicosilata siano piuttosto le conseguenze del diabete e non la causa dell’instaurarsi della malattia.

È vero che i valori di glicemia e di emoglobina glicosilata sono usati per la diagnosi, ma non si può affermare che essi siano la causa della malattia.

Esaminando il percorso che fa il glucosio nell’organismo, l’attenzione è attratta dalla glicolisi, che è tutta una serie di reazioni biochimiche, con l’intervento di enzimi, per cui si passa dal glucosio al piruvato.

Fino ad arrivare al piruvato non sembrano ci siano differenze tra una persona sana e una diabetica.

Dal piruvato le persone sane formano una sostanza, l’acetil-coenzimaA, che è necessaria per metabolizzare nel ciclo di Krebs tutte le sostanze con cui ci alimentiamo, cioè i carboidrati (gli zuccheri), i protidi (le proteine) e i lipidi (i grassi).

Senza l’acetil-coenzimaA non è possibile metabolizzare le sostanze contenute negli alimenti.

Mi sono sempre chiesto come mai il diabetico, invece di trasformare tutto il piruvato in acetil-coenzimaA, ne trasforma una parte più o meno considerevole in lattato, che è uno ione dell’acido lattico.

Il lattato è messo in circolo e va al fegato, che lo trasforma in glucosio mediante la gliconeogenesi, certamente pagando un prezzo a livello energetico.

La trasformazione del piruvato in lattato è propria del diabetico.

Sembra una caratteristica del diabetico quella di fabbricare lattato al posto dell’acetil-coenzimaA.

Mentre le persone sane dal piruvato formano l’acetil-coenzimaA, il diabetico ne trasforma una certa parte più o meno considerevole in lattato.

Nelle persone sane, come nelle diabetiche, si forma l’acido lattico nei muscoli quando gli stessi sono sottoposti a sforzi prolungati, come durante una corsa non necessariamente di tipo agonistico.

La formazione dell’acido lattico è dovuta a un’insufficiente ossigenazione delle cellule dei muscoli.

Il sangue che circola nel nostro corpo, che trasporta con l’emoglobina l’ossigeno per nutrire le cellule, in caso di affaticamento muscolare non riesce a ossigenare a sufficienza le cellule in presenza di sforzi muscolari prolungati.

Nel diabetico è come se, anche a riposo, il sangue non riesca a ossigenare bene le cellule, per cui si ha la formazione dell’acido lattico.

È come se il diabetico, anche senza correre, avesse difficoltà a ossigenare le cellule del proprio corpo, per cui non tutto il glucosio si trasforma in acetil-coenzimaA e una parte si trasforma in lattato, che mediante la gliconeogenesi si trasforma ancora in glucosio, che al termine della glicolisi dal piruvato in parte è trasformato ancora in lattato.

Il paziente diabetico è caratterizzato da questo loop del lattato, per cui si ha una difficoltà nell’utilizzazione del glucosio.

Ecco che il glucosio si accumula nel sangue, perché oltre alla quantità normale, dovuta all’alimentazione, c’è anche quella parte che deriva dal loop del lattato, cioè quella parte che non è stata trasformata in acetil-coenzimaA e che è ritornata in circolo, provocando l’accumulo del glucosio nel sangue.

Il loop del lattato è la causa per cui il glucosio rimane nel sangue.

Rimane da scoprire perché il diabetico è soggetto a questo loop del lattato.

Se si riuscisse a interrompere questo loop, a correggere questo evidente difetto del paziente diabetico, sicuramente la terapia diabetica sarebbe totalmente diversa e potrebbe anche esserci una qualche speranza riguardo agli esiti della malattia.

Nelle more, sicuramente si può affermare che fa molto bene la vita all’aria aperta, in ambiente molto bene ossigenato, come può essere quello di collina circondato da molto verde e lontano dai gas di scarico delle automobili.

Si è notato che il fabbisogno d’insulina diminuisce di circa due unità per ogni somministrazione in caso di soggiorno in ambiente sano e molto bene ossigenato.

Diabete. Il coefficiente Hb.

Molte volte in passato, esaminando il decorso della malattia diabetica, è stato messo in evidenza che è necessario, oltre una buona cultura del medico diabetologo, avere una buona cultura del paziente.

Se il paziente non comprende quello che gli dice il medico, non ci si può aspettare niente di positivo.

La cultura del medico è stata codificata negli “Standard per la cura del diabete mellito”, messi a punto e pubblicati a cura delle associazioni dei medici diabetologi italiani.

Per la cultura del paziente non ci sono standard e per questo ciascun paziente, quando vuole collaborare con il medico per migliorare lo stato della malattia, si arrangia come può.

In generale il paziente non si cura di avere una propria cultura, ma si affida totalmente al medico, ritenendo che il dosaggio dei medicinali, fatto dal medico, sia sufficiente a garantirgli una buona terapia per contrastare la malattia.

Si è rilevato in passato come il fatto che il paziente segua la terapia indicata dal medico e non metta nulla di suo sia la causa principale dell’aggravarsi della malattia, sempre maggiormente diffusa nel mondo.

Se il medico prescrive tre pillole il giorno, il paziente assume le tre pillole ed è convinto che il suo impegno finisca lì, per cui si sente libero di mangiare anche un bel piatto di pasta ben condito.

La glicemia in generale è soggetta ad alti e bassi e il paziente, seguendo il dettato dei medici, aumenta o diminuisce la dose d’insulina secondo il valore della glicemia.

Ciò porta ad avere instabilità nella compensazione della glicemia e l’eccessiva variazione dei valori dimostra come la compensazione glicemica sia difettosa.

Non bisogna mai correre dietro ai valori di glicemia con il dosaggio dell’insulina, perché in tal caso si va in instabilità nella compensazione e la glicemia diventa ingovernabile.

Quando il paziente è un ricercatore, egli sente l’esigenza di capire quello che gli dice il medico.

Se il ricercatore professionista si trova in pensione ed ha molto tempo disponibile da dedicare allo studio del diabete, si hanno le condizioni migliori per avere un contributo sostanziale diverso da quella che è la cultura del medico.

Nasce in questo modo una ricerca continua volta a migliorare le condizioni della terapia del diabete.

Tra le altre cose l’attenzione è attratta dall’emoglobina glicosilata.

Il valore percentuale dell’emoglobina glicosilata è assunto come indice dello stato della malattia.

Fino al valore di 6% il valore dell’emoglobina glicosilata è considerato normale.

L’obiettivo per il diabetico è di raggiungere valori di emoglobina glicosilata inferiori al 6%, perché in tal caso il dosaggio dell’insulina è da ritenersi perfetto.

Il dosaggio è fatto iniettando l’insulina nella quantità giusta, come se la dose fosse stata messa in circolo dal pancreas.

Quando si raggiunge questa condizione ottimale, la terapia insulinica è perfettamente dosata.

L’attenzione del ricercatore è attratta dall’emoglobina glicosilata, che costituisce materia di ricerca approfondita.

Gli americani hanno legato il valore dell’emoglobina glicosilata al valore medio della glicemia.

L’emoglobina presente nel sangue, in presenza di una quantità di glucosio superiore a quella presente nel sangue delle persone sane, tende più facilmente a legarsi con il glucosio e a formare l’emoglobina glicosilata in percentuale maggiore rispetto a quella che si nota nelle persone sane.

Maggiore è la quantità di glucosio presente nel sangue e maggiore sarà il numero di molecole di emoglobina che sono legate al glucosio, maggiore sarà il valore dell’emoglobina glicosilata percentuale.

Il valore dell’emoglobina glicosilata è assunto come indice dello stato della malattia diabetica.

Non è raro il caso in cui nei soggetti diabetici tale valore sia anche superiore all’8%.

Se il valore dell’emoglobina glicosilata dovesse superare il 9%, non può essere rilasciata o rinnovata la patente di guida degli autoveicoli.

La ricerca parte da quanto messo a punto dagli americani, che hanno pubblicato una formula, che lega il valore dell’emoglobina glicosilata al valore medio della glicemia.

Poiché si ritiene che l’emoglobina sia in vita per un periodo che va da due a quattro mesi, si ritiene che il legame tra emoglobina e glucosio duri per tutta la vita dell’emoglobina, cioè da due fino a quattro mesi.

È da ritenere che il legame non sia indissolubile e che piuttosto sia circa stabile il numero di molecole di emoglobina legate al glucosio, anche se le molecole non siano sempre le stesse, ma in percentuale il numero di molecole glicosilate si può ritenere abbastanza costante.

È plausibile che le molecole di emoglobina si leghino e si sleghino continuamente alle molecole del glucosio, conservando la stessa percentuale di molecole legate in ogni momento, anche se le molecole legate non sono sempre le stesse, ma si conserva il loro numero, che varia molto lentamente nel tempo.

L’emoglobina glicosilata ha valori che variano molto lentamente nel tempo e per questo è stata assunta come indice dello stato della malattia diabetica.

La formula approssimata, che lega il valore percentuale dell’emoglobina glicosilata al valore della glicemia media è la seguente:

HbA1c% = (46.7 + glicemia media) / 28.7

Il problema è ricondotto a stabilire quale valore di glicemia media occorre inserire nella formula.

Si è ritenuto che alti valori della glicemia favorissero i legami tra emoglobina e glucosio, per cui i valori di glicemia superiori a 100 mg/dl sono stati aumentati dell’1% circa.

Sono stati presi in considerazione vari modi di calcolare la glicemia media.

1) Il primo modo consiste nel determinare il valore medio della glicemia, misurata quattro volte il giorno, mattina, mezzogiorno, sera e bedtime, a digiuno prendendo come spazio di tempo due mesi, 60 giorni.

A titolo di esempio questo valore negli ultimi trenta giorni porta ad avere un’emoglobina glicosilata virtuale compresa tra 5.6% e 5.7%.

La curva che indica questi valori in grafico è stata posta di colore verde.

Questo valore è inferiore a quello che si ottiene nell’esame di laboratorio.

2) Nel secondo modo si esamina la probabilità che le molecole di emoglobina si leghino al glucosio in quantità diverse secondo la vita dell’emoglobina, ritenendo che sia maggiore la probabilità che molecole fresche di emoglobina si leghino meglio al glucosio rispetto alle molecole più vecchie e prossime alla fine della loro vita.

Si ritiene che molecole giovani di emoglobina abbiano più probabilità di legarsi al glucosio rispetto a quelle che sono prossime alla fine del loro ciclo vitale.

In particolare si assume come durata media della vita dell’emoglobina la durata di tre mesi, 90 giorni.

In base ai valori della glicemia, si applicano dei coefficienti moltiplicativi, dando maggiore peso ai valori più recenti di glicemia.

Si hanno due scale di coefficienti moltiplicativi.

La prima scala è buona per valori di emoglobina glicosilata maggiori del 6%, la seconda per valori inferiori.

Nel primo caso i coefficienti si assumono per scaglioni di 30 giorni e precisamente da 0 a 30 giorni il coefficiente è 0.54, da 30 a 60 giorni il coefficiente è 0.33, da 60 a 90 giorni il coefficiente è 0.13.

I valori dei coefficienti sono stati determinati per tentativi in via sperimentale.

Nel periodo considerato degli ultimi trenta giorni i valori dell’emoglobina glicosilata virtuale variano dal 6% al 6.3%.

La curva che esprime in grafico questi valori è stata posta di colore rosso.

Nel secondo caso i coefficienti variano ogni 15 giorni e precisamente da 0 a 15 giorni 0.65, da 15 a 30 giorni 0.55, da 30 a 45 giorni 0.37, da 45 a 60 giorni 0.24, da 60 a 75 giorni 0.14, da 75 a 90 giorni 0.05.

Nel periodo considerato degli ultimi trenta giorni i valori dell’emoglobina glicosilata virtuale variano dal 5.9% al 6.3%.

La curva che esprime questi valori in grafico è stata posta di colore azzurro.

L’emoglobina glicosilata virtuale prevedibile è uguale alla media tra i valori dell’emoglobina minima (punto 1) (curva verde) e quello dell’emoglobina di cui al punto 2 II° caso (curva azzurra), aumentata di 0.1%.

Sottoposto a verifica il valore dell’emoglobina glicosilata virtuale così calcolato con i valori di referto delle analisi di laboratorio, i risultati sono stati molto soddisfacenti riscontrando la piena corrispondenza per il tempo d’indagine durato circa due anni.

I valori di emoglobina glicosilata virtuale di cui al punto 2 I° caso (curva rossa) trovano applicazione per la determinazione del “coefficiente Hb”, cioè di un coefficiente che può sostituire il valore dell’emoglobina glicosilata, perché maggiormente indicativo dello stato della malattia diabetica.

Il coefficiente Hb è uguale alla differenza tra l’emoglobina glicosilata virtuale di cui al punto 2 I° caso (curva rossa) e il valore dell’emoglobina minima (curva verde) moltiplicato per 10.

Il valore del coefficiente Hb ottimale non dovrebbe essere superiore a 4.

Se la compensazione lascia a desiderare anche di poco il valore del coefficiente sale considerevolmente.

A titolo di esempio il coefficiente Hb aveva il valore 3.0 con un’emoglobina glicosilata virtuale di 5.8% ed è salito, 20 giorni dopo, a 5.5 con un’emoglobina glicosilata virtuale di 6.1%.

È evidente che il valore del coefficiente Hb varia molto di più, circa dieci volte, del valore dell’emoglobina glicosilata virtuale e che indica in modo più evidente le variazioni dello stato della malattia.

L’uso del computer consente di avere in ogni momento valori aggiornati sia di emoglobina glicosilata virtuale, corrispondente all’emoglobina glicosilata di referto di laboratorio, sia del coefficiente Hb.

L’esame dei grafici dà una forte spinta psicologica al paziente a migliorare, a comportarsi molto seriemente, perché la situazione può peggiorare considerevolmente alla minima disattenzione, specialmente in occasione delle festività, in cui si prevedono banchetti con succulente pietanze, che possono essere micidiali per i diabetici.

Occorre mantenere sempre viva l’attenzione e non perdere mai di vista i valori della glicemia.

L’uso del computer è fondamentale per gestire in maniera ottimale il dosaggio dell’insulina e per tenere sotto controllo i valori indicativi dello stato della malattia, come l’emoglobina glicosilata virtuale e il coefficiente Hb.

Diabete. Medico e paziente.

Il diabete è una malattia cronica dalla quale non è possibile guarire.
Le statistiche dicono che la malattia diabetica nel mondo è in costante aumento, il che dimostra che le terapie tuttora in atto sono insufficienti per controllare il diabete.
Nella ricerca delle motivazioni per cui non si riesce a combattere adeguatamente la patologia, vista l’ottima cultura dei medici, si è fatta strada l’idea che il diabete sia inarrestabile per insufficiente collaborazione da parte del paziente.
Il paziente ha piena fiducia nell’operato del medico e questo è un fatto fondamentale, ma non aggiunge nulla di suo per collaborare con il medico per capire a pieno quello che il medico gli dice e per combattere adeguatamente la malattia.
Il paziente vive a rimorchio del medico.
Il medico fissa le dosi delle medicine, che devono essere assunte, e il paziente segue fedelmente quanto stabilito dal medico, il che è positivo ma non sufficiente per la buona riuscita della terapia.
Per esempio, il medico dice di prendere 50 grammi di pane a ogni pasto.
Il paziente prende 50 grammi di pane a ogni pasto.
Il paziente non distingue tra i vari tipi di pane e non sceglie quello che gli provoca un minore aumento della glicemia, cioè quello che ha un minore “indice glicemico”.
Questo è un errore.
Il paziente deve scoprire se nel pane, che egli consuma, è stato aggiunto dello zucchero per migliorare la lievitazione.
Il paziente deve scoprire se oltre la farina, il sale, il lievito e l’acqua sia stato aggiunto qualche altro componente, come per es., margarina, acidi grassi idrogenati, coloranti, aromi, cioè uno o più degli elementi che possono causare guai nel metabolismo.
Il paziente attento sceglie il pane fatto con farina, possibilmente di grano duro, acqua, sale e lievito e solo lievito.
Da questo breve esempio si nota la necessità e l’importanza per la terapia che il paziente collabori con il medico e renda più efficace la terapia.
Il paziente che va a rimorchio del medico, assume le medicine prescritte e non ragiona se per caso la sua glicemia ha degli alti e dei bassi, il che denota un’instabilità molto dannosa.
In particolare se la glicemia diminuisce in modo abbastanza rapido, pare che si possano avere danni alla vista.
Il medico di famiglia una volta diagnosticato il diabete, avvia la terapia iniziando a prescrivere una dieta, per la quale fornisce del materiale cartaceo, e prescrive delle analisi periodiche da fare.
Quando la malattia si consolida, si capisce che il pancreas da solo non è in grado di fronteggiare il diabete e il medico prescrive le pillole ipoglicemizzanti.
Il dosaggio delle pillole varia poco.
In genere si tratta di assumere tre pillole al giorno di una medicina composta da fenformina con aggiunta di sulfaniluree.
Il paziente segue fedelmente la cura indicata dal medico.
Quando la situazione peggiora, si passa all’insulina, il cui dosaggio è più fine e si possono dosare le quantità e i tipi d’insulina a disposizione.
Il medico prescrive e il paziente fedelmente attua la cura prescritta dal medico.
Questo è l’iter normale, per cui il paziente si avvia alle complicanze tardive e a tutte le brutte conseguenze cui è esposto dal fatto di essere affetto da diabete da molti anni.
Il medico di famiglia ha fatto onestamente il proprio lavoro secondo gli standard di cura del diabete mellito.
Questa è la prassi, ma è anche l’iter per cui la malattia si diffonde sempre più.
Nei convegni sono esaminate le varie fasi della malattia e sono dati da parte degli specialisti i consigli terapeutici.
Le figure sia del medico sia del paziente sono state esaminate dagli psicologi.
Il medico ha due tipologie di patologie da affrontare.
Il primo tipo è quello della patologia acuta, che in genere dura qualche giorno, per es., una tonsillite, un’influenza.
Il medico prescrive le medicine adatte e idonee a fare guarire il paziente entro pochi giorni.
La guarigione del paziente ha un effetto di gratifica per il lavoro del medico, che prova una certa piccola soddisfazione.
Quando il medico si trova di fronte a una malattia cronica come il diabete, sa già in partenza che il paziente non potrà guarire ed egli non potrà avere una qualche gratifica, se non nel fatto del ritardare al massimo le complicanze tardive.
La cura della malattia prevede anche l’intervento di specialisti come il diabetologo, l’oculista, il cardiologo, il dietologo, il neurologo, il nefrologo, lo psicologo, lo psichiatra e altri se necessario.
Hanno provato a fare delle riunioni di gruppo per discutere singoli casi di pazienti affetti da complicanze, ma gli esami polidisciplinari sono rimasti sulla carta anche per motivi economici.
In genere il paziente è affidato a un’infermiera, che gli insegna come praticare l’autocontrollo della glicemia.
Il medico deve stare attento al grado di maturazione del paziente e intervenire con intelligenza cercando di essere elemento di stimolo per accrescere la cultura del paziente.
Una fase particolarmente importante è quando il paziente ha appreso i primi elementi e ritiene di avere capito tutto.
Il medico attento aspetta questo stato mentale del paziente per approfittarne e per intavolare un discorso e poter sfruttare al meglio la disponibilità del paziente per migliorarne la cultura.
Il male è che il paziente ritiene di non dovere fare sforzi mentali e, poiché il suo medico è molto bravo, lasciare al medico il compito di portare avanti la terapia, “senza intromettersi”.
Si ritiene che il 99.9% dei pazienti si comporti in questo modo, un poco per pigrizia, un poco per la piena fiducia che lo lega alla professionalità del medico.
Occorre osservare che questo comportamento generalizzato è negativo, per il fatto di ritenere che le prescrizioni del medico bastino e non sia necessaria alcuna collaborazione da parte del paziente.
Il paziente deve capire bene quello che il medico gli dice.
È stato accertato in campo internazionale che il medico cerca di correggere gli errori del paziente e ripete quattro, cinque o più volte dopo di che si stanca e non ripete più quei discorsi, che il paziente non comprende.
È importante che vicino al paziente ci sia un’altra persona, che lo segua e gli dia buoni consigli.
Quando vicino al paziente c’è una persona, che gli dà cattivi consigli, il diabete non può che peggiorare.
In particolare frequente è il somministrare un piattone di pasta asciutta, perché il paziente fa il camionista o altro lavoro pesante.
“Prendiamo l’aperitivo, tanto zucchero ce n’è poco”.
“Oggi è festa, anche se mangi un poco di più che cosa può succedere.”
“Non vorrai digiunare proprio adesso! Per ora mangiamo, se mai farai qualche unità in più d’insulina.”.
E via di questo passo.
Il paziente ritiene che il fatto che il medico abbia prescritto, per es., tre pillole ipoglicemizzanti al giorno sia una terapia sufficiente a controllare la glicemia e non sia necessaria una maggiore e fondamentale collaborazione da parte sua.
La glicemia si controlla con una dieta equilibrata in aggiunta alle eventuali pillole ipoglicemizzanti o all’insulina prescritta dal medico.
Quando manca la collaborazione da parte del paziente, la glicemia va fuori controllo e la malattia non è più controllabile.
Quando c’è un buon controllo della glicemia, si ha una discesa del valore dell’emoglobina glicolizzata, la quale scende fino a valori come quelli delle persone sane, a valori “normali”.
Si è osservato che con valori normali dell’emoglobina glicolizzata si assiste a una diminuzione del fabbisogno d’insulina di circa il 10-20%.
È come se il pancreas, in presenza di valori bassi di emoglobina glicolizzata, funzioni meglio.
Questo non significa che il diabete sia debellato e bisogna stare continuamente attenti a non trascurare la dieta e prendere le medicine prescritte dal medico.
La terapia del diabete non consiste soltanto nel prendere le medicine prescritte dal medico, ma è fondamentale fare una dieta adeguata e soprattutto non fare i furbi con questa o quella scusa, perché le furbizie si pagano e il conto può essere molto salato.

Diabete. La nuova ricerca.

Innumerevoli studi sono stati condotti per cercare di conoscere la patologia diabetica e di alleviare le complicanze tardive, che sono il suo aspetto più brutto.
La malattia si manifesta con un eccesso di glucosio presente nel sangue.
I motivi di accumulo del glucosio nel sangue sono molteplici e, per quanto c’interessa, è sufficiente prendere atto che nel sangue c’è un eccesso di glucosio, senza andare a ricercare le cause, che soltanto la cultura del medico può comprendere.
Il percorso da seguire è abbastanza chiaro.
Occorre prendere in considerazione l’energia, che si pensa di poter spendere giornalmente.
A fronte di questa energia bisogna assumere, attraverso il cibo, un’equivalente quantità di energia.
Se si mangia di più, s’ingrassa, se si mangia di meno, si dimagrisce.
Per metabolizzare il cibo occorre poter disporre d’insulina in quantità sufficiente.
Le strategie messe in atto per fronteggiare il diabete sono tre.
La prima si avvale di una dieta equilibrata idonea a ridurre la quantità di glucosio presente nel sangue.
La riduzione delle calorie immesse con il cibo è una terapia valida, se il paziente diabetico è obeso o in sovrappeso.
Se il paziente è normopeso o sotto peso, questa terapia non è applicabile, perché provocherebbe soltanto un indebolimento del paziente, senza raggiungere il risultato di tenere sotto controllo la glicemia.
Il secondo modo di cercare di compensare la glicemia si basa sull’uso delle pillole ipoglicemizzanti.
Queste pillole stimolano il pancreas a produrre una maggiore quantità d’insulina e facilitano l’ingresso del glucosio del sangue nelle cellule.
Il punto critico sta nel dosaggio delle pillole.
Un eccesso di dose porta all’ipoglicemia, un difetto porta all’iperglicemia.
Il consumo di alcol è da tenere sotto controllo, perché può portare facilmente all’ipoglicemia in presenza di sulfaniluree.
Il terzo modo di curare il diabete sta nell’uso d’iniezioni d’insulina.
Il modo più moderno, basal bolus, prevede quattro iniezioni d’insulina, di cui due d’insulina rapida prima della colazione mattutina e dopo il pasto serale, una d’insulina miscelata 70% di rapida e 30% d’insulina lenta dopo il pasto di mezzogiorno, e infine una d’insulina glargine al momento di coricarsi.
Il motivo per cui le iniezioni d’insulina è preferibile che siano fatte dopo i pasti sta nel fatto che le insuline rapide, per es. tipo aspart, sono molto rapide ed entrano in azione circa dieci minuti dopo l’iniezione e, se l’iniezione è fatta prima del pasto, porterebbe il paziente in ipoglicemia, perché il pasto non ha il tempo di fornire il glucosio da trattare.
Facendo l’iniezione d’insulina venti minuti circa dopo il pasto si dovrebbe evitare di andare in ipoglicemia.
Fondamentale per la riuscita della terapia è l’autocontrollo della glicemia.
A digiuno prima dei pasti e al momento di coricarsi occorre misurare la glicemia e i valori costituiscono il riferimento per il dosaggio dell’insulina.
Il dosaggio consigliato dei medici si basa su formule empiriche, quali la regola del due, che coprono con una certa approssimazione il fabbisogno d’insulina da parte dei pazienti diabetici.
Periodicamente occorre controllare mediante analisi di laboratorio i valori della glicemia, trigliceridi, colesterolo, emoglobina glicosilata.
Il controllo dell’emoglobina glicosilata è fondamentale, perché rappresenta l’andamento della glicemia negli ultimi tre mesi, essendo correlata al valore medio della glicemia in tale periodo.
Nelle persone sane l’emoglobina glicosilata non supera il 6%.
Nei pazienti diabetici l’emoglobina è superiore a quella delle persone sane e non dovrebbe superare il 7.5% per una buona compensazione della glicemia e, se l’emoglobina glicosilata non supera il 6.5%, pare che si possa escludere la retinopatia diabetica, che è una complicanza, che può portare alla cecità.
È evidente che una buona terapia è tanto più valida quanto più l’emoglobina glicosilata si avvicina al 6%.
Negli Stati Uniti d’America è stata messa a punto una formula che lega l’emoglobina glicosilata al valore medio della glicemia negli ultimi tre mesi.
Il valore di emoglobina glicosilata del 6% corrisponde a circa 125 mg/dl di glicemia media nel trimestre precedente.
Con tutta la buona volontà e seguendo scrupolosamente i consigli dei medici si riescono forse a limitare le complicanze tardive, ma non si riesce a migliorare considerevolmente lo stato di salute dei pazienti diabetici.
Il diabete è una malattia in continuo aumento nel modo e ciò è un chiaro indice che le cure, per quanto avanzate, non sono così efficaci come dovrebbero.
La nuova ricerca è stata incentrata sul miglioramento sostanziale della terapia al fine di allontanare le complicanze tardive e di migliorare la qualità della vita del paziente diabetico.
La dieta è molto importante e deve fornire possibilmente un numero di calorie abbastanza costante da un giorno all’altro, per facilitare il dosaggio dell’insulina, che rimane il punto fondamentale della terapia.
Un dosaggio che tenga conto in modo proporzionale del valore della glicemia, misurata prima di fare l’iniezione d’insulina, è sconsigliabile, perché porta all’instabilità con stati d’ipoglicemia seguiti da stati d’iperglicemia in alternanze successive.
Una glicemia instabile è molto dannosa e non facilmente governabile.
La nuova ricerca è volta a migliorare le condizioni di dosaggio dell’insulina.
Un miglioramento sostanziale è stato conseguito con l’impiego del computer nel dosaggio dell’insulina.
Il software, abbastanza sofisticato, si basa sulla teoria della regolazione dei segnali.
Il nocciolo sta nella valutazione dei risultati conseguenti al dosaggio dell’insulina applicando il principio della feedback.
Se la dose d’insulina è eccessiva, la glicemia scende troppo, se è scarsa la glicemia, si mantiene piuttosto alta.
Occorre determinare la giusta dose e per fare questo è necessario l’uso del computer.
Poiché è molto importante non avere variazioni rapide nella glicemia, si è tenuto conto anche del criterio di regolazione astatico, tenendo sotto controllo il gradiente della glicemia.
Le variazioni della glicemia non devono essere molto rapide, perché altrimenti sarebbero molto dannose per l’organismo.
Pare che la retinopatia diabetica sia agevolata da discese molto rapide del valore della glicemia.
Il software fornisce una cinquantina di grafici, che hanno una grande importanza per caricare il paziente psicologicamente e fargli rafforzare il desiderio di un continuo miglioramento.
Dopo un certo periodo d’uso il software si assesta su valori ottimali e dosa l’insulina in modo da ottenere risultati ottimali.
Un notevole passo avanti si è fatto con la definizione dell’emoglobina glicosilata virtuale, che è un dato che consente di conoscere in ogni momento con una certa esattezza il valore dell’emoglobina glicosilata.
L’effetto psicologico è notevole perché il paziente, nel tendere ad avere valori sempre più bassi di emoglobina glicosilata, sta molto attento nel seguire la terapia ottimale.
Dieta equilibrata, dosaggio insulinico e controllo dell’emoglobina glicosilata virtuale sono gli strumenti, che consentono di tenere sotto controllo al meglio la glicemia.
In questi giorni la nuova ricerca si sta occupando di determinare il valore minimo di emoglobina glicosilata raggiungibile e mantenibile dal diabetico senza grossi sforzi e senza rischi.
In linea teorica questo valore non dovrebbe essere inferiore al 4.8%.
Un valore del 6% dell’emoglobina glicosilata non è difficile da raggiungere e da mantenere, se non si fanno grossi peccati di gola.
Un valore medio di glicemia di 114 mg/dl nell’arco dei tre mesi precedenti porterebbe ad avere un’emoglobina glicosilata del 5,6%, che è un valore molto buono.
Il paziente diabetico può raggiungere valori d’emoglobina glicosilata, come quelli che sono presenti nelle persone sane, ma deve attenersi scrupolosamente ai criteri di cura più moderni.

Diabete. La prevenzione oggi.

Per capire cosa sia la prevenzione del diabete oggi basta guardare i risultati della ricerca mediante Google, ponendo come argomento: “Diabete Prevenzione”.
Bisogna innanzi tutto distinguere tra il diabete tipo uno e il diabete tipo due.
Per prevenire il diabete tipo uno, insulino-dipendente, si propone la ricerca di anticorpi particolari nell’analisi del sangue e si consiglia di non stressare il pancreas, cioè si rimanda alla prevenzione del diabete tipo due, non insulino-dipendente.
Per prevenire il diabete tipo due si propongono il controllo dietetico e l’attività fisica.
Si può prevenire il diabete diminuendo il peso corporeo, nel caso in cui si sia in sovrappeso o obesi, e in particolare è importante la riduzione del cordone di grasso addominale all’altezza dell’ombelico.
Pare che questo grasso addominale abbia la sua importanza per le conseguenze a livello cardiaco.
Si dice che una riduzione del peso corporeo di quattro o cinque chili può ridurre il rischio di contrarre il diabete del 30%.
L’attività fisica aiuta molto e si consiglia di fare delle passeggiate tutti i giorni camminando a passo svelto per una mezz’ora.
Per quanto riguarda la dieta si consiglia di limitare il consumo dei grassi, dei dolci e delle bevande zuccherate.
Occorre limitare il consumo dei grassi saturi, delle margarine, dei grassi idrogenati.
Il consumo di olio extravergine di oliva, di pesce, degli omega tre e degli antiossidanti non farebbe male.
Si consiglia di aumentare il consumo dei cibi ricchi di fibre, dei legumi, degli ortaggi e della frutta.
Si consiglia di preferire gli alimenti a basso indice glicemico.
Si consiglia di calcolare il proprio indice di massa corporea (= peso/ altezza2) (kg/m2) e cercare di portarlo il più vicino possibile al valore di 25.
Una persona è considerata ad alto rischio di contrarre il diabete se:
• Ha genitori o fratelli diabetici;
• È in sovrappeso;
• Ha almeno uno tra colesterolo, trigliceridi e uricemia superiore alla norma;
• Ha il colesterolo HDL, quello buono, basso;
• È affetta da ipertensione arteriosa;
• È aterosclerotica;
• Ha avuto in passato episodi di glicemia superiori alla media delle persone sane;
• È donna che ha avuto diabete in gravidanza o che ha partorito figli di peso superiore a quattro chili;
Per la diagnosi precoce del diabete mellito è indicato il metodo del dosaggio della glicemia a digiuno da almeno otto ore e due ore dopo il pasto.
Secondo l’OMS se il valore della glicemia supera i 126 mg/dl e/o il valore della glicemia due ore dopo il pasto supera i 180 mg/dl vuol dire che il soggetto è diabetico.
In tal caso il medico curante invierà la persona a un Centro Diabetologico per le procedure terapeutiche del caso.
È evidente che i consigli sono ottimi e valgono per tutti e non soltanto per i possibili candidati a contrarre la malattia del diabete.
Quello che mi lascia perplesso è il concetto stesso di prevenzione, che tali indicazioni dovrebbero conseguire.
La prevenzione è la serie di provvedimenti da mettere in atto per annullare il rischio o, nel caso ciò sia impossibile, per ridurlo considerevolmente.
La prevenzione del diabete è efficace se impedisce il manifestarsi della malattia.
I consigli proposti sono utilissimi sia che ci sia il rischio diabete, sia che tale rischio non ci sia.
Il punto debole di tali procedure è che bisogna aspettare che si raggiungano i 126 mg/dl per diagnosticare il diabete, mentre si potrebbe prevedere molto tempo prima che il soggetto sarà affetto in futuro da diabete.
Per determinare con largo anticipo che la persona in esame contrarrà il diabete, si può adottare il metodo già illustrato in un precedente post del quale si dà il link:

http://club.quotidiano.net/corrado_vinci/diabete_prevenzione

Il concetto è semplice.
La persona a rischio di contrarre il diabete si deve sottoporre periodicamente ad analisi del sangue per determinare il valore della glicemia.
Se la persona è destinata ad ammalarsi di diabete avrà valori della glicemia a digiuno crescenti nel corso degli anni, fino a raggiungere gradatamente il valore limite di 126 mg/dl, che è indicato dall’OMS come valore indice della malattia diabetica.
Osservando i valori delle analisi fatte in precedenza è possibile costruire un grafico, la cui linea di tendenza in estrapolazione è indicativa di quello che sarà lo stato del soggetto dopo un certo numero di anni.
La differenza sta nel fatto che in questo modo il rischio concreto di diabete può essere rilevato in anticipo anche di alcuni anni e questo è molto importante per una malattia come il diabete.
Con i metodi tradizionali quando si arriva a dosare la glicemia a 126 mg/dl il diabete è in atto da almeno sette anni.
E si sono perduti tanti anni inutilmente.
Intervenire con un largo anticipo, che può essere anche di dieci e più anni, è senza dubbio fondamentale in una malattia come il diabete.
Rimane l’utilità di fare un’alimentazione sana ed equilibrata e di correggere la tendenza al sovrappeso facendo un poco di moto giornalmente.
Si nota una certa insufficienza delle misure proposte, che comunque non sortiscono l’effetto sperato se è vero, come è vero, che il diabete è continuamente in aumento nel mondo.
Le misure proposte sono inefficaci, dato che la malattia è in continuo aumento.
Occorre agire con largo anticipo per potere prendere i provvedimenti più opportuni.
Intervenire con largo anticipo potrebbe garantire anche una riduzione della diffusione della malattia.
Ci sarebbe un’inversione di tendenza.
Attualmente la medicina corre dietro alla malattia.
I medici prescrivono tanti medicinali, tanti farmaci, ma lo fanno sempre dopo che la malattia si è consolidata e ha assunto dei connotati preoccupanti.
È l’evento cardiaco che determina l’assunzione della cardioaspirina.
È l’eccessiva glicemia che determina l’assunzione d’insulina.
È l’ipertensione che determina l’assunzione di farmaci anti ipertensivi.
Il medico non fa altro che prescrivere una grande quantità di medicinali, che, anche se cercano di correggere i valori alterati, non hanno alcun effetto curativo, non fanno recedere dalla malattia, verso una impossibile guarigione.
E quando arrivano le complicanze, occorre intervenire, ma la malattia procede sempre inesorabile, anche perché è stata diagnosticata con notevole ritardo.
Prevenzione significa anticipare la malattia, cercare di diagnosticarla quando è ancora latente e non si è ancora manifestata.
Gli interventi a posteriori sono inutili come prevenzione, sono utili soltanto per cercare di limitare i danni.
Ma i danni si sa che ci saranno e saranno sempre più difficili da accettare.
Occorre arrestare il lento progredire della patologia.
Occorre intervenire per tempo, se si vogliono ottenere dei risultati concreti.
La professione medica oggi pare che si riduca soltanto alla compilazione di ricette, alla continua prescrizione di tanti farmaci, che non guariscono, anche se alleviano le conseguenze della malattia.
Occorre aggiornare la procedura della prevenzione, adottando forme più moderne ed efficaci per prevenire la malattia, se si vogliono ottenere risultati accettabili.
Le persone sono restie a modificare il loro stile di vita e prendono sotto gamba i consigli del medico relativi alla dieta e al movimento per uscire da una vita sedentaria.
Se il medico potesse dire: “Egregio signore, è previsto che tra dieci anni, mese più mese meno, Lei contrarrà il diabete. Che cosa intende fare?”, le persone si convincerebbero subito a prendere i giusti provvedimenti curativi.
E il diabete farebbe meno paura.

Diabete. Prevenzione.

Cogito, ergo sum.
Questa frase, detta da un grande matematico e filosofo di tanti anni fa, mi ritorna in mente quando penso a una lapide nella chiesa di Saint Germain des Prés a Parigi.
La lapide è prossima alla tomba di un grande della matematica e della filosofia.
Si tratta di René Descartes, Cartesio.
Ragiono, dunque sono.
Cartesio poneva come cosa più importante della vita il cogito, cioè la capacità di pensare, di ragionare, di elaborare con la mente i concetti più disparati e di scegliere delle soluzioni, che fossero le più affidabili, le più logiche, le più accettabili, per quanto possibile.
La capacità di ragionare, di trarre delle conclusioni, delle opinioni, di elaborare tutti i concetti, che possono essere elaborati dalla nostra mente.
Ciò che distingue l’uomo dall’animale è la capacità di ragionare, di trarre delle conclusioni, di elaborare con la propria mente dei concetti, di essere uomini, diversi dagli animali.
È questa capacità di ragionare che distingue l’uomo, in quanto essere pensante, in quanto essere in grado di prendere delle decisioni ragionate, di capire quello che succede nel mondo.
Forse nella ricerca sul diabete è mancata proprio questa capacità di sottoporre a una spietata analisi quanto raggiunto in anni di ricerca e di porre in dubbio i risultati raggiunti da eminenti professionisti, che hanno affrontato la materia.
Come per tutte le patologie è possibile distinguere tra prevenzione e cura.
La ricerca è inarrestabile.
Gli uomini si sono sempre chiesti il perché di tutte le cose e hanno trovato sempre le soluzioni più plausibili.
Ci si è chiesto perché il diabete?
Perché questa patologia, che affligge il corpo umano e sembra averla sempre vinta?
Perché il diabete è una malattia cronica, quindi incurabile?
Perché i medici non hanno delle soluzioni efficaci per combattere la patologia?
Perché i medici accompagnano delicatamente il paziente diabetico alla morte, senza fare nulla per trovare quelle soluzioni, che potrebbero aprire la strada alla cura risolutiva della malattia?
Sono tutte domande, che non possono trovare risposte soddisfacenti.
Certamente se la malattia è assecondata e se i medici prescrivono montagne di medicinali, le uniche a goderne sono le società produttrici di farmaci, che possono essere contente di realizzare i maggiori profitti possibili.
La cura del diabete è in stato molto avanzato.
Ci sono molti farmaci efficaci, ormai sperimentati a sufficienza.
Che cosa blocca la ricerca sulla prevenzione della patologia diabetica?
È l’interesse delle società produttrici di medicinali o è l’ignoranza propria di questi tempi, che fa sì che non siamo più in grado di ragionare, di capire quello che succede nel nostro corpo in preda alla malattia diabetica?
Eppure alcuni ragionamenti sono abbastanza semplici, perché non si fanno?
È chiaro che nel nostro corpo c’è ed è molto efficiente un sistema di controllo della glicemia, cioè della quantità di glucosio presente nel nostro sangue.
Questo sistema non è di quelli semplici e facilmente capibili, è un sistema complesso e difficile da capire, però alcuni aspetti possono essere indagati ed essere abbastanza comprensibili.
Il sistema di regolazione della glicemia è in grado di rilevare in ogni istante il livello glicemico presente nel nostro sangue e di prendere quelle decisioni, che portano alla regolazione del livello della glicemia nel sangue.
Ragionando, per quanto possibile, sul probabile funzionamento del sistema di regolazione della glicemia, cioè della quantità di glucosio presente nel sangue, dobbiamo pensare che il sistema di regolazione sia dotato di memoria, cioè che il sistema tenga conto della storia dell’andamento glicemico e si comporti di conseguenza.
Per es., nei confronti del “fenomeno dell’alba” dobbiamo pensare che il sistema abbia memorizzato il fatto che a una certa ora della mattina il corpo umano si sveglia, si alza dal letto, si muove e ha bisogno di una maggiore quantità di energia rispetto a quando era in stato di riposo, di sonno.
Questo concetto, immagazzinato in memoria, porta il cervello umano a comandare al fegato di mettere in circolazione per tempo una certa quantità di glucosio, che sarà necessario nelle prime fasi del risveglio, dell’alzarsi dal letto, di muoversi, di cambiare lo stato dal sonno alla veglia e all’attività propria della persona sveglia, che si alza dal letto e che si muove nella mattina.
È il sistema di regolazione della glicemia, che promuove questa azione e fa sì che il fegato metta in circolo nel sangue una certa quantità di glucosio, che, in base a quanto memorizzato in memoria, dovrebbe essere sufficiente per affrontare le prime fasi del risveglio e del moto di prima mattina.
È chiaro che nella memoria sono immagazzinate delle informazioni, che sono applicate nel comportamento del sistema di regolazione della glicemia.
Il diabete è una malattia cronica, dovuta all’accumulo nel sangue di quantità di glucosio superiori al normale.
È stata formulata l’ipotesi che il corpo umano del soggetto diabetico si abitui a poco a poco a livelli di glicemia superiori a quelli della persona normale, per cui l’organismo è indotto a ritenere che una glicemia superiore al normale rappresenti la normalità, per cui il sistema non interviene se la glicemia non supera quel valore, che è superiore a quello comunemente riscontrabile nelle persone sane.
Secondo l’organizzazione Mondiale della Sanità un soggetto può essere ritenuto ammalato di diabete se la sua glicemia a digiuno di almeno otto ore superi 126 mg/dl e, due ore dopo il pasto, la glicemia superi i 180 mg/dl.
Questo criterio è fuorviante, perché i medici sono indotti a ritenere che il paziente, che non raggiunga i 126 mg/dl, sia non diabetico, per cui nessun provvedimento curativo debba essere adottato, perché la persona è ritenuta clinicamente sana.
Questa è una situazione che evidenzia un errore madornale.
Il paziente che non raggiunge i 126 mg/dl è ritenuto normale e non ha bisogno di cure.
Si aspetta che il paziente maturi una condizione per cui la glicemia raggiunga i 126 mg/dl per ritenerlo ammalato di diabete e prescrivere medicinali ad hoc, che possono essere sia gli ipoglicemizzanti orali sia l’insulina a seconda della gravità della malattia.
Non si può essere d’accordo con un tale sistema di amministrare l’assistenza medica.
Quando la glicemia supera il valore di 126 mg/dl, il diabete è attivo da almeno sette anni, durante i quali ha prodotto danni non trascurabili all’organismo e le complicanze sono già in itinere.
Occorre escogitare un metodo, che consenta di scoprire con un certo anticipo se il soggetto in un futuro più o meno prossimo diventerà un paziente diabetico.
La ricerca ha portato a mettere a punto un sistema di prevenzione della malattia diabetica.
Tenendo presente che c’è un segmento di valori per cui il sistema di regolazione della glicemia non interviene, perché ritiene che il valore della glicemia sia accettabile, sia normale, si può cercare di rilevare questo “punto d’equilibrio glicemico” e seguirne nel tempo le variazioni.
Si è assimilato alla glicemia a digiuno di almeno otto ore il valore più plausibile del punto di equilibrio glicemico.
Misurando nel tempo, con una periodicità iniziale di due anni, fino a una periodicità semestrale si può seguire l’andamento del punto d’equilibrio glicemico nel corso degli anni.
Si deve ritenere che il diabetico non arrivi di colpo ad avere una glicemia a digiuno di almeno 126 mg/dl, ma che la sua glicemia a digiuno aumenti nel corso degli anni, fino a raggiungere, dopo un certo numeri di anni, il valore di 126 mg/dl.
Mettendo in grafico i valori rilevati della glicemia a digiuno, prendendo per buono un valore medio, che sia stabile, come media di tre o sette giorni, si può rilevare l’andamento della curva che rappresenta l’andamento del punto d’equilibrio glicemico nel corso degli anni.
Mettendo in un grafico i valori rilevati è possibile, estrapolando la curva, che si ottiene, capire se la linea di tendenza del grafico intercetta il valore di 126 mg/dl, che indica la presenza della patologia diabetica in un futuro più o meno prossimo.
In questo modo è possibile prevedere, in modo abbastanza preciso, fra quanti anni una persona potrà raggiungere i valori di glicemia, per cui potrà essere ritenuto un paziente affetto da diabete.
Il vantaggio è che si può prevedere con largo anticipo quali persone siano a rischio diabete e prendere per tempo quei provvedimenti, che la medicina riterrà applicabili per fronteggiare la malattia.
Invece di accorgersi con ritardo della presenza della malattia, si potranno adottare per tempo tutte quelle cure di fronte alla certezza che, in un futuro più o meno prossimo, s’instaurerà la patologia diabetica.
Cogito, ergo sum.
Così diceva Cartesio.
Seguendo il suo consiglio possiamo prendere quei provvedimenti, che possono portare grande giovamento a tante, tantissime persone, che saranno condannate alla malattia diabetica, cercando di alleviare tutte quelle sofferenze, che sappiamo essere nel futuro dei pazienti diabetici.
Intervenire con largo, larghissimo anticipo, anche di molti anni, per fronteggiare il diabete può essere un grande passo in avanti per la cura della malattia diabetica.
Il diabete è tale che, qualunque strategia si adotti, è comunque una via da seguire, se può portare dei vantaggi per alleviare le sofferenze, che le complicanze tardive potranno portare.

Diabete. Screening.

Il diabete è una malattia cronica, che richiede un controllo continuo della glicemia e attenzioni particolari per prevenire e curare le complicanze tardive, che sono molto pericolose, perché possono ledere organi importanti, come gli occhi, le reni, il sistema nervoso, gli arti, ecc..
Il medico di base, che è chiamato a individuare la possibilità che il suo paziente sia affetto da diabete, per formulare la sua diagnosi si basa sulle raccomandazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, che prevedono un valore di glicemia a digiuno di almeno 126 mg/dl e un valore di glicemia due ore dopo il pasto di almeno 180 mg/dl.
Il medico sa che, al momento della diagnosi, la malattia è attiva da almeno sette anni, durante i quali le complicanze si sono sviluppate e hanno provocato danni all’organismo.
La diagnosi del diabete è sempre tardiva.
Una diagnosi precoce potrebbe portare ad avviare prima la cura e a ottenere risultati migliori, perché le complicanze non avrebbero modo di svilupparsi indisturbate.
Al fine di dare un contributo efficace per migliorare la situazione è stata fatta una ricerca che ha portato a risultati importanti, mettendo a punto un metodo valido per la diagnosi precoce.
I due aspetti dell’assistenza medica sono la prevenzione e la cura.
La prevenzione del diabete è finanziata dalla Pubblica Amministrazione ed è scarsa e poco efficace.
La mancanza di prevenzione è motivo di aggravamento della spesa sanitaria, perché la patologia è diagnosticata in ritardo e al costo dei medicinali bisogna aggiungere quello degli interventi per la cura delle complicanze.
La ricerca è finanziata quasi esclusivamente dalle case farmaceutiche, per cui la cura è stata studiata in maniera approfondita e offre molte possibilità di procedure e di farmaci.
Il ritardo nella diagnosi fa perdere del tempo prezioso, perché in una malattia come il diabete è molto importante avviare la cura il più presto possibile.
La perdita di tempo più evidente sta nel fatto che bisogna osservare se la glicemia a digiuno superi i 126 mg/dl per diagnosticare il diabete.
È facile ritenere che, prima di raggiungere il valore di 126 mg/dl a digiuno, la glicemia abbia avuto valori inferiori, che sono aumentati nel corso degli anni.
Non si può pensare che di colpo si arrivi ad avere 126 mg/dl, ma è prevedibile che nei soggetti a rischio diabete si passi attraverso stadi il cui la glicemia a digiuno aumenti con una certa gradualità.
Per avviare la prevenzione del diabete è importante fissare l’attenzione sul punto di equilibrio glicemico, cioè su quell’intervallo di valori per cui il sistema di regolazione della glicemia non interviene per regolare il livello glicemico nel sangue.
Quando la glicemia supera il punto di equilibrio, per es. dopo un pasto, il pancreas è indotto a secernere insulina per far sì che il glucosio sia assimilato nelle cellule, per cui tramite l’insulina si fa in modo che il glucosio in eccesso sia smaltito e la glicemia sia riportata al valore di equilibrio.
Quando il valore della glicemia, per un forte dispendio di energie o per altra causa, scende sotto il valore di equilibrio, il pancreas secerne il glucagone, il fegato mette in circolo il glucosio ottenuto dal glicogeno e il valore della glicemia è riportato al punto di equilibrio.
In teoria si può formulare l’ipotesi che il punto di equilibrio nel soggetto diabetico non sia costante nel corso degli anni ma vari ritenendo che possa essere influenzato da vari fattori come, per es., dai valori medi della glicemia, che nel diabetico sono di solito superiori a 100 mg/dl.
Persistendo valori di glicemia superiori al normale, è plausibile che l’organismo si abitui a tali valori e possa essere indotto a modificare il livello di equilibrio posizionandolo a un valore più alto.
La variazione verso l’alto del punto di equilibrio può essere una delle cause, per cui s’instaura il diabete, poiché l’organismo si abitua a ritenere come normali valori di glicemia superiori a quelli rilevabili nelle persone sane.
Al punto di equilibrio glicemico si può riferire il valore della glicemia a digiuno della mattina dopo una sosta dall’ultimo pasto di almeno otto ore.
Il valore del punto di equilibrio glicemico può essere preso in considerazione per la diagnosi precoce del diabete.
Il punto di equilibrio glicemico non è misurabile direttamente, ma si può considerare con buona approssimazione come la media dei valori della glicemia a digiuno misurata per più giorni consecutivi.
Le misure devono essere fatte seguendo precise procedure, che prevedano, per es., un tipo di alimentazione costante.
Si prevede che le misure siano fatte la mattina a digiuno per un minimo di tre giorni consecutivi, se i valori rilevati sono all’incirca costanti, e in caso contrario si può arrivare anche a sette giorni.
Non è importantissimo determinare l’esatto valore del punto di equilibrio glicemico, ma è importante fare le misure seguendo sempre la stessa procedura in modo tale che i valori possano essere ritenuti confrontabili fra loro.
Prima di arrivare e superare i 126 mg/dl il punto di equilibrio glicemico aumenterà nel corso degli anni, partendo da un valore che può essere di circa 80 mg/dl.
La misura della glicemia può essere fatta anche sul sangue capillare, tenendo conto che in tal caso i valori sarebbero inferiori di circa 20 mg/dl rispetto a quelli misurabili sul sangue venoso.
Sul sangue capillare il valore di riferimento è circa di 106 mg/dl, che corrisponde a 126 mg/dl sul sangue venoso.
Il costo dello screening è proporzionale al numero delle persone a esso sottoposte.
Per ragione di costi occorre iniziare a sottoporre allo screening le persone ritenute maggiormente a rischio di contrarre la malattia.
Sembra che la predisposizione alla malattia possa essere trasmessa da fattori ereditari e in particolare dai geni materni.
Occorre iniziare a sottoporre allo screening tutti i figli di madre o di nonna diabetica.
In seguito si possono sottoporre a screening tutte le persone, i cui genitori o i nonni siano stati affetti da diabete.
Non è da tralasciare l’ipotesi di sottoporre a screening un certo numero di persone scelte in modo casuale, perché pare che con questo sistema si possano ottenere buoni risultati.
Per il rilevamento dei valori glicemici si può ricorrere all’autocontrollo.
È evidente che tra le persone a rischio diabete, sottoposte allo screening, si possono individuare molte di quelle persone, che in futuro più o meno prossimo saranno affette da diabete.
I risultati saranno molto numerosi e la loro raccolta deve essere gestita ed elaborata da strutture pubbliche, come le ASL, che devono elaborare i dati raccolti.
L’elaborazione dei risultati delle analisi per ciascuna persona deve consistere:
1. nella determinazione del punto di equilibrio glicemico, calcolando la media dei valori della glicemia nell’arco del periodo di tre o sette giorni;
2. nel confronto con i valori che si riferiscono ai periodi precedenti;
3. nell’inserire in un grafico i valori medi acquisiti;
4. nell’estrapolare i dati del grafico per fare una previsione dell’andamento futuro;
5. nella valutazione se la linea di tendenza tracciata possa oltrepassare i 126 mg/dl, il che indicherebbe che in futuro il soggetto andrebbe incontro a contrarre il diabete.

La differenza con la procedura attualmente in uso è che la patologia diabetica in questo caso sarebbe predetta o diagnosticata con un anticipo, che potrebbe anche essere di sei o sette anni.
Si arriverebbe ad avere un intervento molto tempestivo per cui la cura del diabete ne beneficerebbe notevolmente.
I soggetti in esame per il rischio diabetico comincerebbero a mettere in atto tutti i provvedimenti previsti dai medici in caso di patologia conclamata come, per es.,:
1. seguire una dieta adatta con un’alimentazione sana ed equilibrata;
2. rientrare nel peso consigliato da un Indice di Massa Corporea di 25 se si è in sovrappeso;
3. fare giornalmente delle passeggiate o attività sportive, che il medico saprà consigliare;
4. controllare l’uso dei carboidrati nell’alimentazione;
5. limitare l’uso dei grassi nell’alimentazione;
6. fare periodicamente le analisi del sangue stando attenti ai valori della glicemia,dei trigliceridi e del colesterolo;
7. adottare tutti i provvedimenti che il medico consiglierà.
Questo tipo di prevenzione oltre a portare un notevole risparmio nella spesa sanitaria porterebbe a migliorare l’istruzione dei pazienti per quanto riguarda il modo di conoscere e di affrontare nel migliore dei modi la patologia diabetica.

Diabete. Punto d’equilibrio glicemico.

Il diabete è una malattia cronica, che affligge milioni di persone in Italia e nel mondo.
Malattia cronica significa che non si prevede una guarigione, anche se, come avviene per il diabete delle donne in gestazione, in qualche caso è possibile una recessione della malattia e il ritorno alle condizioni normali di salute.
In generale non è possibile una guarigione e le terapie sono rivolte a rendere minimi i possibili danni, che si possono avere con il progredire della malattia.
Sono stati condotti moltissimi studi e la ricerca è impegnata continuamente a studiare l’evolversi della malattia e i possibili miglioramenti delle terapie da adottare.
Ancora oscuro rimane il modo in cui s’instaura la patologia, perché quando è conclamata, normalmente essa è attiva già da almeno sette anni.
Ci sono vari elementi da tenere in considerazione per individuare i soggetti a rischio diabete.
In particolare una grande importanza è data all’ereditarietà della malattia, che sembra si trasmetta ai figli tramite i caratteri genetici materni.
Ci sono moltissime ipotesi, che riguardano, per es., anche l’autoimmunità e tante altre teorie, tutte validissime, che trovano puntuale riscontro nella realtà.
La ricerca in campo medico segue una linea procedurale abbastanza costante, spesso basandosi sull’analisi statistica.
È la linea di ricerca galileiana, basata sulla sperimentazione e sull’osservazione dei risultati scaturiti da essa.
Alcune ricerche sono condotte catalogando le complicanze del diabete e l’efficacia di questo o di quel rimedio, cercando di approfondire le cause, che hanno prodotto questa o quella complicanza.
Sull’instaurarsi della malattia ci possono essere alcune incertezze, anche perché la malattia si presenta spesso sotto aspetti diversi e non è facile sintetizzarne le cause.
Si distinguono varie forme di diabete: quello giovanile di tipo uno; il diabete delle persone anziane, detto di tipo due; il diabete contratto dalle donne in gestazione; quello provocato da intolleranza ad alcuni farmaci; ecc..
Sono aspetti diversi della stessa patologia, che vanno affrontati con terapie diverse, ma il risultato è quasi sempre lo stesso, cioè l’inarrestabilità del progredire della malattia, che si conclude spesso con patologie cardiache.
La sperimentazione di questo o quel farmaco, di questa o quella dieta è stata spinta ai massimi livelli e si può dire che sotto questo punto di vista la ricerca è abbastanza completa e lascia poco al progresso della cura.
Nell’ambito delle ipotesi, puramente teoriche, della ricerca sulle cause e sul modo di instaurarsi del diabete, mi sembra a volte interessante pensare a qualche ipotesi per spiegare le cause, che determinano l’inizio della patologia.
Nelle persone la glicemia, cioè la quantità di glucosio presente nel sangue, è regolata da un sistema abbastanza complesso, che coinvolge l’ipofisi, il pancreas, il fegato, le surrenali, tanto per citare alcuni organi.
Nelle persone sane il valore della glicemia a digiuno, che rappresenta il punto di equilibrio della glicemia, è fissato intorno ai 100 mg/dl, ma è un dato personale e non è detto che si mantenga costante lungo tutta la vita.
Da persona a persona ci sono variazioni, per cui il valore normale della glicemia si mantiene tra 80 e 120 mg/dl.
Quando la glicemia supera il punto di equilibrio, per es. dopo un pasto, il pancreas è indotto a secernere insulina per far sì che il glucosio sia assimilato nelle cellule, per cui tramite l’insulina si fa in modo che il glucosio in eccesso sia smaltito e la glicemia sia riportata al valore di equilibrio.
Quando il valore della glicemia, per un forte dispendio di energie o per altra causa, scende sotto il valore di equilibrio, il pancreas secerne il glucagone, il fegato mette in circolo il glucosio ottenuto dal glicogeno e il valore della glicemia è riportato al punto di equilibrio.
Nel diabetico questo meccanismo di regolazione non funziona molto bene.
In teoria si può formulare l’ipotesi che il punto di equilibrio nel soggetto diabetico non sia costante nel corso degli anni ma vari ritenendo che possa essere influenzato da vari fattori come, per es., dai valori medi della glicemia, che nel diabetico sono di solito superiori a 100 mg/dl.
Persistendo valori di glicemia superiori al normale, è plausibile che l’organismo si abitui a tali valori e possa essere indotto a modificare il livello di equilibrio posizionandolo a un valore più alto.
La variazione verso l’alto del punto di equilibrio può essere una delle cause, per cui s’instaura il diabete.
Avere un punto di riferimento, per es. a 130 mg/dl, fa ritenere al sistema di regolazione che una glicemia di 130 mg/dl sia normale, per cui non ci sia bisogno che il pancreas metta in circolo insulina.
In questo caso la quantità di glucosio presente nel sangue comincia a diventare eccessiva, l’emoglobina glicosilata aumenta e cominciano a realizzarsi le condizioni, che porteranno alle complicanze della malattia.
Si può cercare di controllare lo spostamento del riferimento stabilendo il necessario equilibrio tra energia, alimentazione e insulina.
Bisogna partire dall’energia, che si ritiene di dover spendere durante la giornata, e alimentarsi assumendo il cibo per fornire questa energia.
È evidente che se si mangia di più, s’ingrassa e, se si mangia di meno, si dimagrisce.
Dopo il pasto occorre considerare se l’organismo possa avere a disposizione l’insulina necessaria per trattare il glucosio dovuto all’alimentazione.
Se l’organismo non ha insulina a sufficienza, il glucosio si accumulerà nel sangue dando luogo all’iperglicemia.
In questo caso bisogna ricorrere alle pillole ipoglicemizzanti o alle iniezioni d’insulina.
Il fatto che l’insulina iniettata riporti la glicemia a valori accettabili non autorizza a mangiare di più del necessario, perché in tal caso la glicemia va a posto, ma s’ingrassa, perché si è mangiato troppo rispetto a quello che si è speso o si spenderà in energia.
Molti diabetici, che fanno uso d’iniezioni d’insulina, tendono a ingrassare perché assumono con il cibo più calorie di quelle che normalmente spendono durante il giorno.
Un’alimentazione eccessiva o sbagliata potrebbe portare nel tempo al persistere di valori di glicemia nell’organismo superiori al normale, che potrebbero alterare il riferimento glicemico.
Un’alimentazione eccessiva porta anche all’accumulo di grasso, all’obesità, che può essere causa di diabete e il cordone di grasso all’altezza dell’ombelico può essere messo in relazione con serie conseguenze per il cuore.
Il medico consiglia sempre ai diabetici di non mangiare molto e tenere una dieta equilibrata.
In ogni caso un’alimentazione sana, studiata per fornire l’energia necessaria al corpo umano con cibi sani e senza includere sostanze dannose, può senz’altro essere ritenuta come la migliore.
È molto importante un’educazione alimentare per tutta la popolazione, evitando i cibi spazzatura, anche se la cattiva propaganda e la pubblicità possano indurre talvolta a nutrirsi malamente.
La prevenzione del diabete deve iniziare fin dall’infanzia, educando la popolazione ad alimentarsi bene, con sostanze sane, che col tempo non producano danni all’organismo.

Diabete. Trombi, Ictus e Infarto.

A uno degli ultimi congressi di cardiologia è stato detto che il diabete è una malattia cardiaca e i partecipanti non hanno avuto nulla in contrario di fronte ad un’affermazione del genere.
In realtà si è osservato che il 66% dei pazienti diabetici passa a miglior vita a causa di patologie cardiache.
Il paziente diabetico è portato a formare nel proprio circuito circolatorio arterioso e venoso grumi di sangue, i trombi, che possono andare in circolo procurando guai, quando vanno a occludere vasi importanti come le arterie coronarie.
L’occlusione di un’arteria coronaria provoca un passaggio insufficiente del sangue e quindi una scarsa irrorazione di parte del muscolo cardiaco, provocando un’ischemia e, se il flusso sanguigno è bloccato, si arriva anche all’infarto, con la morte dei tessuti interessati.
Qualora nel circuito sanguigno si formino piccoli trombi, tali da non occludere le arterie importanti, quali le coronarie, queste formazioni possono tuttavia andare a depositarsi in piccoli vasi capillari nel cervello, provocando una scarsa irrorazione della parte interessata e si può arrivare anche a quello che si chiama un ictus.
Secondo la parte di cervello interessata l’ictus può provocare anche un’emiparesi, cioè la paralisi della parte destra o di quella sinistra del corpo umano, o una paralisi parziale, più o meno importante, di parte del corpo.
Normalmente, se la zona di cervello interessata dall’ictus è nella parte destra del cervello, si può avere una certa paralisi della parte sinistra del corpo, mentre se la zona di cervello interessata è quella sinistra si può avere la paralisi in una qualche misura della parte destra del corpo, con possibile interessamento della parola.
Questo a grandi linee sembra essere un quadro panoramico di cosa può attendere il paziente diabetico col progredire della malattia.
È evidente che il nocciolo della questione sta nella formazione dei trombi, che possono andare in giro nel circuito sanguigno, creando guai seri.
Per contrastare la formazione dei trombi sono normalmente usate due tecniche:
1) L’uso di sostanze diluenti del sangue;
2) L’uso della cardioaspirina, detta anche aspirinetta o di altri antiaggreganti piastrinici.
La terapia prevede in realtà l’assunzione di tanti altri farmaci per curare, per es., l’ipertensione.
L’uso di farmaci diluenti del sangue prevede un costante controllo della fluidità del sangue con aggiustamento, circa quindicinale, delle dosi di farmaco da assumere.
Le dosi sono variabili secondo i risultati delle analisi del sangue, per cui il dosaggio è personale.
La cardioaspirina è prescritta perché tra le sue molteplici prerogative ha quella di essere un antiaggregante piastrinico e di inibire la formazione dei trombi.
Per il paziente diabetico il tutto è legato al metabolismo delle sostanze grasse, degli acidi grassi.
Si sa che ci sono delle difficoltà per i diabetici a metabolizzare le sostanze grasse.
Senza scendere nei particolari di natura medica, che solo la cultura del medico può trattare senza incorrere in errori, possiamo riportare le impressioni proprie della cultura del paziente.
Gli acidi grassi rivestono un’importanza fondamentale nel problema dei trombi.
Nel metabolismo dei grassi si nota una differenza sostanziale nel trattamento dei diversi tipi di grassi.
Dagli acidi dihomo-gamma-linoleico (DGLA) (omega 6) derivano le prostaglandine di tipo uno.
Dall’acido arachidonico (AA) (omega 6) derivano le prostaglandine di tipo due e i trombossani A2.
Dall’acido eicosapentenoico (EPA) (omega 3) derivano le prostaglandine di tipo tre.
I tipi uno e tre sono sostanze buone, che svolgono, tra l’altro, un’azione antinfiammatoria, sono vasodilatatrici, cioè abbassano la pressione del sangue, abbassano il colesterolo LDL (quello cattivo), aumentano il colesterolo HDL (quello buono), influenzano la coagulazione del sangue.
Il tipo due è cattivo e si comporta in maniera opposta, cioè ha una funzione infiammatoria, è vasocostrittore, cioè fa aumentare la pressione del sangue, innalza il colesterolo LDL (quello cattivo), abbassa il colesterolo HDL (quello buono) e favorisce la coagulazione del sangue, provocando l’aggregazione piastrinica.
Sembrerebbe che il problema dei trombi si potrebbe risolvere alimentandosi con sostanze del tipo omega tre, ma la soluzione non è questa.
Sembrerebbe che con l’assunzione di sostanze, come l’aspirina, si potrebbe inibire considerevolmente l’aggregazione piastrinica, ma il discorso non è così semplice.
Per giudicare l’efficacia dell’uso degli antiaggreganti piastrinici, come per es. la cardioaspirina, si può osservare il comportamento della pressione sanguigna.
Se, nonostante l’assunzione dell’aspirinetta, permane l’ipertensione, vuol dire che la cardioaspirina ha limitato l’aggregazione piastrinica ma non l’ha completamente inibita, tant’è vero che se uno si fa una piccola ferita a un dito, dopo un po’, intervengono le piastrine, che, se pure in numero ridotto, sempre sono presenti e la ferita è tamponata.
Il guaio è che, per tamponare la ferita, intervengono le piastrine, ma su di esse si accumulano altri corpuscoli come i globuli presenti nel sangue e sostanze grasse, tali da formare dei grumi, che servono a ben tamponare la ferita, ma che poi, staccandosi, vanno in giro a creare guai, costituendo i trombi, che sono pericolosi perché possono andare a ostruire le arterie coronarie (ischemie, infarti) o i vasi capillari del cervello (ictus).
Il permanere dell’ipertensione significa che sono ancora in azione quelle sostanze vasocostrittrici, che non sono state per nulla totalmente inibite dall’assunzione della cardioaspirina e non può essere altrimenti perché, se così fosse, anche una piccola ferita provocherebbe un flusso di sangue inarrestabile e si potrebbe morire per dissanguamento.
L’uso dell’aspirinetta sembra, secondo questi ragionamenti, una via terapeutica di limitata efficacia e nasce e si rafforza la necessità di trovare altre vie per inibire la formazione dei trombi, vie che abbiano un’efficacia maggiore.
Per favorire la formazione di sostanze vasodilatatrici sembrerebbe, a prima vista, che si dovrebbe fondare l’alimentazione, per quanto concerne i grassi, su sostanze di tipo omega tre, che sono vasodilatatrici e antiaggreganti piastriniche.
Alla prova si dimostra che l’esperimento è quasi un totale fallimento.
Ci si chiede perché i diabetici non hanno un buon metabolismo dei grassi, anche se sono trattati con insulina e la loro glicemia è sufficientemente compensata.
La risposta è semplice.
Nel metabolismo dei grassi, come in quello dei glucidi e delle proteine, è fondamentale l’apporto dato da una sostanza detta acetil-CoA o acetil-coenzimaA.
Il diabetico ha una disgrazia, che è quella per cui nella scissione degli zuccheri, nella glicolisi del glucosio, arrivati al piruvato invece di formare, come le persone normalmente sane, l’acetil-CoA forma il lattato, che è uno ione dell’acido lattico.
Ciò sembra imputabile alla scarsezza di ossigeno nel sangue del diabetico, dovuto a bassi valori dell’eritrocito, dell’emoglobina, il cui apporto al trasporto dell’ossigeno è limitato anche dalla glicazione.
Da qui il fatto che è fondamentale tenere basso il valore dell’emoglobina glicosilata, per non limitare eccessivamente il trasporto dell’ossigeno nel sangue.
Ciò significa che il diabetico, pur iniettandosi insulina dall’esterno per raggiungere la compensazione, non riesce a derivare dal piruvato l’acetil-CoA, che è fondamentale nel metabolismo dei grassi, per cui non ha sufficiente acetil-CoA per digerire i grassi, anche se omega tre.
I grassi, anche quelli di derivazione omega tre, rimangono di difficile metabolizzazione e sono digeriti con notevole ritardo, che può superare anche le sei ore.
Il paziente diabetico, trattato con insulina, nel frattempo, avendo iniettato insulina e non avendo ottenuto glucosio dal cibo (anche se omega tre) ingerito, va inesorabilmente in ipoglicemia.
Ciò significa che nell’organismo del paziente diabetico si ha un notevole eccesso d’insulina rispetto a quella necessaria.
In condizioni d’ipoglicemia il cervello va in sofferenza per la scarsa presenza di glucosio nel sangue e questo non è certamente un bene.
Si pensa che l’eccesso d’insulina sposti l’equilibrio delle sostanze grasse verso l’acido arachidonico e si hanno vasocostrizione e aggregazione piastrinica, cioè l’effetto opposto a quello che si voleva ottenere.
Sembra che a questo gioco partecipino due enzimi il delta-6-desaturasi e il delta-5-desaturasi, che sono quelli che spostano l’equilibrio tra omega sei e omega tre e sono in quantità molto limitate.
Sembra che l’organismo si abitui a dei rapporti di equilibrio, per es., tra omega sei e omega tre.
Se ci si abitua a tenere un rapporto di 20:1 tra omega6/omega3, quando si va ad alterare questo equilibrio, aumentando l’assunzione di cibi ricchi di omega tre, l’organismo avverte un’alterazione dell’equilibrio e tende a ripristinare il rapporto preesistente.
Ciò significa che mangiare cibi insolitamente ricchi di sostanze grasse omega tre, può avere l’effetto contrario, per cui gli enzimi delta-6-desaturasi e delta-5-desaturasi fanno sì che l’equilibrio si sposti verso la formazione di sostanze quali l’acido arachidonico, con effetti vasocostrittori, infiammatori e di aggregazione piastrinica.
Questo è il contrario di quello che si voleva ottenere.
Una soluzione potrebbe essere quella di variare l’equilibrio omega6/omega3 in modo quasi impercettibile, quasistatico, per cercare di variare gradualmente l’equilibrio e abituare l’organismo a nuovi rapporti via via più favorevoli, ma questo è tutto da dimostrare in termini di efficacia.
Occorre osservare che nella trasformazione dell’acido arachidonico (cattivo) nelle prostaglandine si ha la formazione di radicali liberi.
Una via abbastanza plausibile potrebbe essere quella di contrastare tali radicali liberi, per es., con l’assunzione di sostanze antiossidanti, quali potrebbero essere il tè verde, l’acido ascorbico (vitamina C) e altre sostanze riconosciute come efficaci antiossidanti.
Il cammino da percorrere sembra abbastanza difficile e lungo.
Occorre impegnarsi nella ricerca e trovare soluzioni più soddisfacenti, perché l’uso dei soli antiaggreganti piastrinici sembra essere notevolmente inefficace e insufficiente, anche se al momento è l’unica soluzione disponibile.