Diabete. Compensazione glicemica e compensazione energetica.

Il diabete.

Il diabete è una malattia, che affligge oggi nel mondo un numero sempre maggiore di persone.

È evidente che le cure previste per fronteggiare questa malattia sono insufficienti.

Un valido aiuto per i medici è costituito dagli “Standard per la cura del diabete mellito”, che sono pubblicati a cura delle organizzazioni sindacali dei diabetologi.

Bisogna osservare che, nonostante la stretta attinenza al disposto degli Standard, la malattia progredisce inesorabilmente verso forme di sofferenza inaccettabili.

Occorre esaminare alcuni aspetti fondamentali della malattia e della terapia nell’intento di migliorare le condizioni di cura per ottenere risultati migliori.

 

La compensazione glicemica.

Attualmente l’attenzione degli operatori è volta a considerare l’aumento del glucosio nel sangue delle persone affette dalla malattia diabetica.

La terapia proposta è volta a normalizzare il livello di glucosio nel sangue a digiuno per portarlo nel campo 70-110 mg/dl, che è quello riscontrabile nel sangue delle persone sane.

Il diabete si caratterizza perché non tutto il glucosio disponibile nel sangue passa nelle cellule dell’organismo oltrepassando le membrane cellulari, ma si ferma nel sangue aumentando la glicemia, cioè la quantità di glucosio presente nel sangue.

La terapia medica tende a riportare il livello del glucosio a valori confrontabili con quelli presenti nel sangue delle persone sane.

Al momento della diagnosi di diabete il medico ha di fronte a sé lo schema tipico della terapia per la cura del diabete.

Lo schema prevede:

1)                     La dieta;

2)                     Le pillole ipoglicemizzanti orali;

3)                     L’insulina.

 

La dieta.

Per fare oltrepassare al glucosio le membrane cellulari e nutrire le cellule è necessario l’intervento dell’ormone insulina, che evidentemente non è stato prodotto in quantità sufficiente o è di qualità non idonea a svolgere il proprio compito.

Se l’insulina è prodotta in quantità insufficiente, si ritiene che abbassando la quantità di glucosio immessa nell’organismo, l’insulina disponibile sia sufficiente a fare oltrepassare al glucosio le membrane cellulari, per cui il glucosio non può rimanere nel sangue e aumentare in maniera anormale la glicemia.

La dieta prevede l’ingestione di un minor numero di calorie rispetto al normale, per cui l’insulina prodotta risulta sufficiente e non è prevedibile un aumento della glicemia nel sangue.

La glicemia sembra a posto per cui per un po’ di tempo il paziente diabetico ritiene di aver curato il diabete nel miglior modo possibile e sta tranquillo.

Il diabete è una malattia subdola, che non bisogna mai perdere di vista.

Il tempo passato dai pazienti diabetici a curare la malattia con la sola dieta è un tempo in cui la malattia fa il suo corso indisturbata provocando un aggravamento della stessa.

 

Le pillole ipoglicemizzanti orali.

Se la sola dieta non è in grado di riportare la glicemia a digiuno ai valori 70 – 110 mg/dl propri delle persone sane, il medico prescrive l’uso delle pillole ipoglicemizzanti orali.

Si tratta di pillole che normalmente vengono assunte prima dei pasti principali e favoriscono l’abbassamento della glicemia.

Se, nonostante la dieta, la glicemia aumenta in modo apprezzabile, le pillole contribuiscono a riportarla nei limiti propri della glicemia nelle persone sane.

Le pillole sono di vario genere e servono a rimuovere dal sangue parte del glucosio presente.

Sembra che lo scopo delle pillole non sia tanto quello di favorire il passaggio del glucosio attraverso le membrane cellulari,come sarebbe necessario per il nutrimento delle cellule,  quanto quello di rimuovere dal sangue il glucosio in eccesso.

Le pillole provocano un abbassamnto del valore della glicemia..

Se, nonostante le pillole, il glucosio nel sangue continua ad avere valori significativamente più alti del normale, occorre passare alle iniezioni d’insulina.

 

L’insulina.

Con le iniezioni d’insulina la glicemia diminuisce.

Se la glicemia a digiuno rimane maggiore dei valori normali, si aumenta la quantità d’insulina e ci si aspetta che i valori della glicemia ritornino nel campo della glicemia presente nelle persone sane.

Se i valori ritornano nel campo della glicemia presente nelle persone sane si pensa che il problema del diabete sia risolto e si sta molto tranquilli.

Il diabete lavora nell’ombra.

Sembra che tutto sia a posto ma poi nascono le complicanze tardive.

Sopraggiungono, per es., la diminuzione del visus, guai al cuore, guai alle gambe e tanti altri malanni, che la terapia prevista per la cura del diabete nonriesce a scongiurare.

È evidente che la terapia prevista è affetta da errori gravissimi e che non è assolutamente in grado di fronteggiare una grave malattia come il diabete.

 

La compensazione glicemica.

Quando la glicemia a digiuno è riportata nel campo 70-110 mg/dl si ritiene che la terapia sia esatta e che il diabete sia sotto controllo.

La condizione è etichettata come “compensazione glicemica”.

La compensazione glicemica da sola può essere inefficace.

La conclusione è che la compensazione glicemica può essere insufficiente a controllare la malattia diabetica, per cui occorre approfondire le caratteristiche della malattia al fine di mettere in atto dei criteri più efficcaci per la cura.

La compensazione glicemica non tiene conto di alcune considerazioni di carattere energetico.

 

La dieta.

La dieta fa in modo che l’insulina in quantità insufficiente prodotta dal pancreas del paziente sia bastevole per trattare una certa quantità di glucosio, per cui non c’è un esubero di glicemia, non c’è un esubero di glucosio, che rimane nel sangue.

Supponiamo il caso di un paziente, che di lavoro fa il camionista.

Il suo organismo consuma giornalmente circa 3200 Kcal.

Supponiamo che l’insulina prodotta dal suo pancreas possa lavorare circa 1500 Kcal al giorno.

Il camionista deve svolgere un lavoro, che comporta la spesa di 3200 Kcal disponendo di sole 1500 Kcal.

È evidente che il paziente lavora in sofferenza energetica e non può svolgere il proprio lavoro correttamente.

Il camionista è soggetto al dimagrimento e dopo poco tempo non ce la fa più.

La dieta non assicura al paziente l’energia necessaria per svolgere il proprio lavoro.

In questo caso la dieta non va molto bene.

La glicemia si trova al di sotto dei limiti delle persone sane.

Il paziente non è curato in maniera efficace.

Il paziente ha la compensazione glicemica ma non ha la compensazione energetica.

Per avere la compensazione energetica il paziente deve poter utilizzare tutta l’energia di cui ha bisogno per svolgere correttamente il proprio lavoro e la dieta non assicura sempre la disponibilità dell’energia necessaria.

La sola dieta non assicura la compensazione energetica per cui deve essere integrata da una maggiore terapia in grado di raggiungere anche la compensazione energetica in aggiunta alla compensazione glicemica.

 

Le pillole ipoglicemizzanti orali.

La glicemia è un riferimento relativo, ma bisogna non perdere di vista la compensazione energetica.

Se il paziente camionista in aggiunta alla dieta prende le pillole ipoglicemizzanti orali, continua ad avere una buona compensazione glicemica perché il glucosio del suo sangue a digiuno non supera i limiti caratteristici del sangue delle persone sane.

Il problema non è risolto.

Il paziente camionista continua ad assumere sempre quelle 1500 Kcal, come prima, solo che l’eccesso di glucosio è rimosso dal suo sangue, per cui si raggiunge sempre la compensazione glicemica, ma il camionista si trova sempre in difetto di energia.

Il punto cruciale della terapia non è la glicemia, non è il glucosio, che rimane inutilizzato nel sangue, ma il glucosio, che in quantità insufficente oltrepassa le membrane cellulari.

Per dare energia al paziente occorre che il glucosio oltrepassi le membrane cellulari, nutra le cellule e in particolare le cellule muscolari, che acquistano l’energia necessaria a fornire al paziente camionista l’energia necessaria a svolgere il proprio lavoro.

Tra le cellule da nutrire ci sono anche le cellule del miocardio, che, se nutrite inmaniera insufficiente, sicuramente non sono ben nutrite e cosa si vuole che succeda dopo che per anni il miocardio è stato nutrito in maniera insufficiente?

Non bisogna meravigliarsi che il miocardio vada incontro a ischemie e ad infarti.

Non è importante il glucosio che rimane nel sangue e che viene rimosso con vari sistemi, è importante il fatto che il glucosio, che rimane nel sangue, non è andato a nutrire le cellule dell’organismo e dopo anni di questa situazione che cosa dobbiamo aspettarci dall’organismo del paziente diabetico.

Ci dobbiamo aspettare le complicanze tardive e tutte le brutture, che portano dove?

 

Alcune pillole ipoglicemizzanti orali bloccano la gluconeogenesi.

Quando i muscoli svolgono un lavoro faticoso e continuativo e non sono nutriti a sufficienza, per svolgere il proprio lavoro, in difetto di ossigeno sviluppano dal glucosio una certa quantità di lattato, che è un ione dell’acido lattico, cui è stato tolto un ione H+, un protone.

Il fegato avvia la gluconeogenesi, che converte il lattato in glucosio, spendendo una certa quantità di energia.

Alcune pillole ipoglicemizzanti inibiscono la gluconeogenesi, per cui il lattato non è riconvertito in glucosio.

Il glucosio nel sangue non aumenta, ma rimane nel sangue una certa quantità di lattato, che rimane in circolo nel sangue e certamente bene non fa, anzi è plausibile che combini un mucchio di guai, forse insieme al suo compagno di merenda il colesterolo LDL quello cattivo.

La glicemia risulta abbassata, ma i guai certamente non mancano.

Altre pillole abbassano il livello di sfioramento del glucosio del sangue nelle urine.

Normalmente quando la glicemia supera i 180 mg/dl avviene la glicosuria, per cui una parte del glucosio del sague va a finire nelle urine.

Alcuni tipi di pillole abbassano il livello di sfioramento, per cui il passaggio del glucosio dal sangue  nelle urine avviene a livelli di glucosio più bassi.

Questo metodo fa diminuire la glicemia ma non migliora la compensazione energetica, è soltanto fumo negli occhi, per cui il paziente crede di essere a posto perché la sua glicemia non è alta e il diabete continua ad esercitare i suoi effetti deleteri.

Cè il sospetto, non si sa quanto fondato, che esista il rischio che alcuni tipi di pillole possano aggravare il tumore alla vescica.

Gli standard a questo riguardo consigliano di non fare uso di queste pillole se si è a rischio fondato di tumore alla vescica.

In ogni caso certe pillole ipoglicemizzanti, così come sono formulate non servono quasi a niente, anzi servono a distrarre il paziente e il suo medico, che credono di avere raggiunto valori tranquillizzanti di glicemia, di avere risolto il problemi legati al diabete e alla fine consegnano il paziente alle complicanze tardive.

 

L’insulina.

Ci sono vari tipi d’insulina.

L’insulina è un ormone, che serve a consentire al glucosio il passaggio attraverso le menbrane cellulari e a portarsi all’interno delle cellule.

Le cellule si nutrono di glucosio, che deriva da quello che mangiamo attraverso una serie molto nutrita di reazioni chimiche o biochimiche.

L’insulina può essere “rapida”, che fa effetto subito dopo l’iniezione, “ritardata”, che fa effetto a partire da un certo tempo di ritardo, “mista”, che ha due effetti, uno rapido e uno ritardato.

Il medico saprà indicare quale tipo d’insulina è da prescrivere al paziente diabetico.

L’insulina provoca un abbassamento della glicemia, perchè il glucosio, che era nel sangue, passa attraverso le membrane cellulari e si porta all’interno delle cellule per nutrirle.

La diminuzione della glicemia avviene perché il glucosio, che era nel sangue, è passato all’interno delle cellule e non perché è stato eliminato con vari metodi dal sangue.

È importante che la glicemia, il glucosio del sangue passi a nutrire le cellule e non vada tolto dal sangue, per cui le cellule rimangono a digiuno.

La glicemia deve essere compensata perché il glucosio del sangue è passato tutto nelle cellule dell’organismo e non perché è stato eliminato con vari metodi inefficaci per la cura del diabete.

Ci può essere dell’insulina non idonea a fare oltrepassare al glucosio le membrane cellulari ma questa è materia di competenza del medico curante e del diabetologo.

L’insulina da prendere qui in considerazione è soltanto quella idonea a favorire il passaggio del glucosio attraverso le membrane cellulari.

 

La terapia.

Le osservazioni di cui sopra possono sembrare abbastanza innovative rispetto all’attuale visione della cura del diabete.

Non so quali interessi importanti possano esserci dietro alle attuali condizioni della cura del diabete.

Penso e spero che oggi nel mondo ci siano persone oneste e intelligenti, cui stia molto a cuore la salute dei pazienti diabetici e non cerchino di nascondere la testa sotto la sabbia, come fanno gli struzzi.

La speranza dei pazienti diabetici sta oggi nel cercare di evitare le complicanze tardive pur rimanendo il forte rischio di passare guai e guai molto seri, quali quelli che si prospettano per il futuro.

Certamente ci sono molte analisi e metanalisi, che rafforzano la convinzione che le attuali cure siano le più efficaci e le più innovative.

Io spero che qualcuno ponga la dovuta attenzione sul fatto che, pur rispettando le terapie previste dai protocolli di cura per i pazienti diabetici, la sorte degli stessi è comunque quasi sempre prematuramente infausta tra non poche sofferenze.

 

Confronto e combinazione tra le due compensazioni.

Le due compensazioni, quella glicemica e quella energetica, sono nettamente diverse.

La compensazione glicemica è attenta al valore del glucosio presente nel sangue e cerca di mantenerlo a digiuno nei limiti del campo presente nelle persone sane, cioè 70-110 mg/dl.

Se l’abbassamento della glicemia è dovuto a un’estrazione del glucosio dal sangue con vari metodi senza considerare il nutrimento delle cellule, allora non è accettabile il conseguimento della normalizzazione della glicemia senza alcun effetto benefico per l’organismo.

La compensazione energetica si preoccupa di consentire all’organismo di poter disporre dell’energia necessaria per fare il proprio lavoro e l’energia da spendere nel tempo libero, nel metabolismo basale e nelle perdite, che immancabilmente si hanno.

Basta pensare al calore, che l’organismo disperde continuamente verso l’esterno.

Per aumentare l’energia disponibile nell’organismo la terapia deve tenere conto del bilancio energetico, consentendo all’energia immessa nell’organismo con i pasti di raggiungere le cellule per nutrirle, in modo che possano esprimere tutta l’energia, che è necessaria per vivere una vita il più possibile normale.

È il miglioramento delle condizioni di vita, che deve consentire al paziente diabetico di svolgere la propria vita sapendo che tutto quello che era possibile fare per la cura del diabete è stato fatto in serenità di coscienza.

 

Diabete. Analisi della terapia.

La diffusione della patologia diabetica nel mondo è in continuo aumento.

Ciò significa che le cure approntate non sono così efficaci da poter controllare il diffondersi della malattia.

Sorge il dubbio che le terapie in atto siano non proprio corrette.

La ricerca deve essere mirata al miglioramento delle terapie onde consentire almeno una stabilizzazione del numero di pazienti diabetici nel mondo.

Una persona è considerata diabetica se il glucosio prodotto dai cibi immessi nell’organismo rimane nel sangue invece di andare a nutrire le cellule dei muscoli oltrepassando le membrane cellulari.

Per consentire al glucosio di oltrepassare le membrane cellulari occorre l’intervento dell’ormone insulina.

Se l’ormone insulina è per quantità o qualità insufficiente allora è evidente che una parte di glucosio rimane nel sangue senza poter passare all’interno delle cellule.

Il motivo sta nel fatto che il paziente diabetico non dispone di tutta la quantità d’insulina efficace necessaria per fare oltrepassare al glucosio le membrane cellulari della massa muscolare dell’organismo.

La medicina fissa la propria attenzione sul glucosio, che rimane nel sangue, la glicemia e non considera adeguatamente il rovescio della medaglia, che è la carenza di glucosio nelle cellule, cui era destinato il glucosio, che è rimasto nel sangue.

Non è detto che la glicemia, quando supera certi valori, sia innocua e non rechi danni all’organismo.

Il glucosio nel sangue, come nell’urina, rischia di essere un valido supporto per batteri, che possono essere spesso dannosi.

Dopo avere esaminato approfonditamente la glicemia e i suoi rischi occorre fissare l’attenzione anche sul fatto che il glucosio, che rimane nel sangue, doveva giungere a oltrepassare le membrane cellulari e andare a nutrire le cellule dell’organismo.

L’attenzione deve essere posta sul fatto che le cellule, che dovevano essere nutrite, rimangono senza nutrimento e comunque in difetto di nutrimento e questo fatto non è certamente un bene, ma può non essere estraneo a tutte quelle complicanze, che affliggono il paziente diabetico.

Le complicanze tardive sono una costante, che affligge i pazienti diabetici da molti anni anche se hanno seguito scrupolosamente la terapia proposta dal medico di base e dal diabetologo.

Non è tanto l’eccessiva glicemia, che provoca le complicanze tardive, ma, più verosimilmente, è la mancanza di sufficiente nutrimento delle cellule muscolari per molti anni, che è responsabile della maggior parte dei guai, cui va incontro il paziente diabetico.

 

Gli standard per la cura del diabete mellito.

Con frequenza circa annuale le associazioni sindacali dei medici diabetologi pubblicano gli standard per la cura del diabete mellito.

Senza entrare nel merito della materia puramente medica, come le caratteristiche dei medicinali in uso per la cura della malattia, facciamo delle osservazioni sul contenuto degli standard.

 

Esaminando il contenuto degli standard nella parte iniziale si evidenzia il fatto che è molto importante la partecipazione del paziente nell’applicazione del piano di cura.

Si ritiene che l’istruzione e la  partecipazione del paziente sia fondamentale per la buona riuscita della cura.

Si insiste sul concetto del “grado di compenso glicemico”, il che vuol dire che l’elemento fondamentale della cura del diabete secondo la medicina attuale consiste nel compenso glicemico.

In effetti un paziente si ritiene affetto da diabete se non dispone della quantità d’insulina necessaria per trasferire dal sangue alle cellule della muscolatura il glucosio, che pertanto rimane nel sangue aumentando la glicemia.

L’attenzione della medicina è concentrata sul glucosio, che rimane nel sangue ed è trascurato il fatto che quella quantità di glucosio, che rimane nel sangue, se ci fosse stata la disponibilità di una sufficiente quantità d’insulina efficace sarebbe transitata nelle cellule come nutrimento delle medesime.

Il fatto che il glucosio rimanga nel sangue vuol dire che viene a mancare una certa quantità di glucosio, che doveva transitare attraverso le membrane dei tessuti muscolari  e che invece rimane forse inutilizzata nel sangue.

Il diabete non consiste nel fatto che il glucosio rimane nel sangue, la glicemia, ma nel fatto che il glucosio non attraversa le membrane cellulari, il che provoca una carenza di glucosio nelle cellule con le conseguenze del caso.

Le cellule mal nutrite provocano una diminuzione del peso del corpo, il che giustifica il fatto che il paziente diabetico è soggetto a dimagrimento dovuto alla carenza di nutrimento delle cellule.

Non tutto il cibo ingerito è utilizzato per nutrire le cellule dell’organismo.

È come se il paziente facesse una dieta ipocalorica, che provoca necessariamente un dimagrimento dell’organismo.

È il diabete che provoca il dimagrimento dell’organismo dovuto all’insufficiente quantità di glucosio, che attraversa le membrane cellulari per nutrire le cellule.

Il dimagrimento dell’organismo è dovuto alla carenza di glucosio nelle cellule delle masse muscolari.

 

L’emoglobina glicata.

Gli standard raccomandano l’uso delle unità di misura IFCC (mmol/mol) per il valore dell’emoglobina glicata.

L’unificazione a livello europeo dell’unità di misura dell’HbA1c è un fatto certamente positivo ma di scarsa influenza sulla cura del paziente diabetico.

Qualunque sia il sistema di misura il fatto principale importante è che il glucosio rimane nel sangue invece di andare a nutrire le cellule muscolari.

Le cellule del sistema nervoso ( cervello, midollo spinale, etc..) si servono direttamente del glucosio del sangue e in caso di ipoglicemia danno luogo ai fenomeni tipici dell’ipoglicemia con la tremarella, la confusione mentale etc.

Le cellule del sistema muscolare hanno bisogno dell’intervento dell’ormone insulina per fare attraversare al glucosio le membrane e penetrare all’interno delle cellule.

Se l’insulina è in quantità insufficiente o di qualità non adatta a fare attraversare le membrane cellulari, allora il glucosio rimane nel sangue e non va a nutrire le cellule muscolari dell’organismo.

La medicina attuale a tutti i livelli fissa la propria attenzione sul glucosio, che rimane nel sangue e non sulla carenza di glucosio nelle cellule, che può essere la causa principale di tutte le complicanze tardive, che affliggono il paziente diabetico.

Tra le muscolature soggette alla presenza dell’insulina per attraversare le membrane cellulari c’è il miocardio, il muscolo cardiaco, che in mancanza di nutrimento dà origine ai fenomeni di insufficienza cardiaca, che affliggono il soggetto diabetico.

Sembra evidente che i guai al cuore hanno origine nella carenza di nutrimento del muscolo cardiaco e non nel glucosio che rimane inutilizzato nel sangue.

 

L’equazione che lega il valore dell’emoglobina glicata al valore della glicemia media negli ultimi novanta giorni (circa).

È evidente che le troppe limitazioni per rigettare l’equazione sembrano una scusa, perché non si è forse voluto recepire che la media glicemica non è una media aritmetica dei valori della glicemia, ma è una media ponderata e i valori dei ‘pesi’ sono dati anche da quanto è emerso dallo studio sull’emoglobina glicata già pubblicato su questo blog.

In particolare è importante rileggere il post dal titolo:

Diabete. Confronto di verifica tra le formule di emoglobina glicosilata in funzione della glicemia media 2.

Osservare la figura 8:

Figura 8. Curve di attività selezionate per gli ottimi risultati.

La curva EL142_56 è un esempio di distribuzione dei pesi dei singoli valori della glicemia, che ha dato ottimi risultati.

Occorre osservare che i valori delle curve possono anche essere soggettivi, ma che le differenze sono trascurabili.

L’equazione che lega l’emoglobina glicata alla glicemia media deve essere bene interpretata e applicata correttamente.

Occorre tenere bene in considerazione che:

1) È evidente che la glicemia misurata oggi ha un peso nettamente diverso dalla glicemia misurata novanta giorni fa.

2) Occorre moltiplicare il valore assoluto della glicemia per un coefficiente, che dia maggior peso ai valori di glicemia più alti.

3) Occorre inserire un coefficiente correttivo, vicino all’unità, di aggiustamento del valore finale della glicemia media da introdurre nella formula per determinare il valore dell’emoglobina glicata.

Se si applicano questi concetti sulla pesatura dei valori di glicemia si arriva a una corretta applicazione della formula, che lega la glicemia media al valore dell’emoglobina glicata.

Il programma in VBA, che fornisce il corretto dosaggio dell’insulina, è in grado di fornire anche, in tempo reale, il valore calcolato dell’emoglobina glicata.

I valori calcolati trovano puntuale riscontro nei valori di referto del laboratorio di analisi.

 

Non ha molta importanza la glicemia, vista come il glucosio, che rimane nel sangue, rispetto alla considerazione della glicemia come quella parte di glucosio, che non è passato attraverso le membrane cellulari e non è stato utilizzato per il nutrimento delle cellule.

È la stessa glicemia ma vista da due punti di vista diversi.

Occorre cambiare la rotta nella terapia per la cura del diabete abbandonando la glicemia e fissando la propria attenzione sulla carenza di glucosio, che affligge le cellule dell’organismo.

Se il glucosio attraversa le membrane cellulari è evidente che non rimane nel sangue.

La terapia deve avere lo scopo di fare transitare attraverso le membrane cellulari tutto il glucosio, per cui la glicemia diminuisce.

La glicemia deve diminuire perché il glucosio, che era nel sangue, è potuto passare attraverso le membrane cellulari a nutrire le cellule dell’organismo.

 

L’autocontrollo.

Non ha molta importanza la precisione della misura della glicemia, perché la glicemia non è il valore decisivo, che la medicina attuale le attribuisce, ma quello che conta è la carenza di glucosio nelle cellule.

I casi sono due: o il paziente dispone della quantità d’insulina necessaria per fare attraversare al glucosio le membrane cellulari e nutrire le cellule oppure il paziente non dispone della quantità minima necessaria per il trasferimento del glucosio nelle cellule.

Se il paziente non dispone della quantità d’insulina necessaria allora occorre fornire l’insulina mancante attraverso iniezioni dall’esterno.

Occorre iniettare dall’esterno la quantità d’insulina mancante.

Se, per es., occorrono otto unità d’insulina e il pancreas del paziente è in grado di produrre solo cinque unità, occorre iniettare dall’esterno le tre unità d’insulina, che mancano.

La medicina fissa la propria attenzione sulla glicemia, cioè sul glucosio, che rimane nel sangue e attua tanti mezzi, che fanno diminuire la glicemia ma non risolvono il problema, perché le cellule sono rimaste non alimentate a sufficienza, perché il glucosio, che è rimasto nel sangue, non è andato a nutrire le cellule dell’organismo.

Si fissa l’attenzione sulla compensazione glicemica, ignorando il fatto che la glicemia non ha molta influenza sul diabete, se non per via indiretta.

Stare appresso alla glicemia può essere una strada sbagliata, che è causa della scarsa cura del diabete e della sua grande diffusione, che è in continuo aumento.

Quello che conta è il fatto che il glucosio che rimane nel sangue ( la glicemia) non è la causa del diabete ma una sua conseguenza, perché il glucosio, che rimane nel sangue non è passato nelle cellule, per cui le cellule rimangono in carenza di glucosio e il sangue rimane più caricato in termini di glicemia.

Il problema del diabete è quello di consentire al glucosio necessario di transitare nelle cellule e non di rimanere nel sangue.

È possibile che il glucosio eccessivo nel sangue non sia proprio benefico, ma trascurare la mancanza di glucosio per l’alimentazione delle cellule per seguire la strada dell’abbattimento del valore della glicemia sembra proprio una strada poco efficace per la cura del diabete.

Il dimagrimento, che si osserva nei pazienti diabetici è dovuto non alla iperglicemia ma alla carenza di glucosio nelle cellule, per cui i muscoli rimangono senza un sufficiente nutrimento e deperiscono.

Il glucosio nel sangue, la glicemia è una spia che è in atto una malattia, che si chiama diabete e le conseguenze sono dovute principalmente non alla glicemia ma alla carenza di glucosio nelle cellule.

Quanto più alto è il valore della glicemia tanto più alta è al quantità di glucosio, che non ha passato le membrane cellulari ed è rimasta nel sangue.

Maggiore è il valore della glicemia e maggiore è la denutrizione delle cellule dei muscoli dell’organismo.

Se il paziente non dispone dell’insulina necessaria per fare oltrepassare al glucosio le membrane cellulari dei muscoli occorre fornire insulina ‘buona’ dall’esterno oppure prescrivere farmaci orali, che possano stimolare il pancreas a fornire più insulina.

Concentrare la propria attenzione solo sulla glicemia non è una cosa, che possa ritenersi abbastanza sensata e tale da controllare il diabete, tale da costituire un’adeguata terapia per la cura del diabete.

Sorge il sospetto che sia una inutile perdita di tempo quando si abbandona l’organismo alle complicanze tardive, dovute alla carenza di glucosio nelle cellule e non alla glicemia, cioè al glucosio, che rimane nel sangue e che dovrebbe invece oltrepassare le membrane cellulari e andare a nutrire i muscoli dell’organismo.

Da questo punto di vista è totalmente errato l’approccio per la cura della malattia diabetica, che prospera incontrastata e espone i pazienti a tutti i guai noti come le complicanze tardive.

 

Obiettivi glicemici.

Si vuole dimostrare che il compenso glicemico e il controllo dell’HbA1c comporti una diminuzione sostanziale del rischio di eventi cardiaci e di mortalità.

Occorre considerare il fatto, che ha determinato la diminuzione della glicemia.

Se la diminuzione della glicemia è dovuta al fatto che il glucosio a causa della terapia ha attraversato le membrane cellulari in maggior numero di molecole allora le cellule risultano meglio nutrite.

Se la diminuzione di glucosio è avvenuta artificialmente per effetto di farmaci ipoglicemizzanti e non per il passaggio attraverso le membrane cellulari, allora l’effetto sui miglioramenti delle condizioni di salute non sembra suffragato da alcuna circostanza.

Occorre diminuire la glicemia per il fatto che aumenti la quantità di glucosio, che attraversa le membrane cellulari e non per lo scarico della glicemia con vari metodi, senza aumentare la quantità di glucosio, che va a nutrire le cellule.

La riduzione della glicemia comporterebbe un aumento del glucosio, che attraversa le membrane cellulari e nutre le cellule, il cui effetto è quello di migliorare la terapia nei confronti delle complicanze tardive.

Il riferimento all’HbA1c è fondamentale, perché una bassa HbA1c vuol dire una bassa glicemia media e quindi un maggior numero di molecole di glucosio, che attraversano le membrane delle cellule, che risultano meglio nutrite.

I miglioramenti sono dovuti al miglior nutrimento delle cellule.

Se il miglioramento nella glicemia è dovuto allo scarico secondo vari metodi della glicemia, senza che sia migliorato il nutrimento della cellule, allora difficilmente si può avere un miglioramento  e una maggior efficacia della terapia per la cura del diabete.

Il controllo della glicemia può anche finire per essere un falso obiettivo, una perdita di tempo prezioso.

 

La glicemia.

Si associa il mantenere la glicemia a valori bassi alla cura di prevenzione contro le complicanze micro e macroangiopatiche.

Il discorso è diverso perché avere valori di glicemia normali significa fare in modo che tutto il glucosio presente nel sangue e destinato alle cellule è passato effettivamente attraverso le membrane cellulari ed ha nutrito le cellule, che non si trovano più in carenza di glucosio.

Se le cellule del miocardio sono adeguatamente nutrite non c’è motivo per cui vadano in sofferenza e generino di conseguenza complicanze micro e macroangiopatiche.

Se per contro il nutrimento è insufficiente allora è difficile pensare che si possano avere dei miglioramenti per le complicanze micro e macroangiopatiche.

 

Attività fisica.

È evidente che l’esercizio fisico è un metodo, che porta a una maggiore quantità di glucosio, che attraversa le membrane cellulari e sia causa di diminuzione della glicemia.

Il consumo di glucosio da parte dei muscoli con l’attività fisica può spingere le cellule ad alimentarsi con ulteriore glucosio.

Sono a favore del nutrimento delle cellule sia la presenza di una glicemia superiore al normale, sia un esercizio fisico, che spinga le molecole di glucosio ad attraversare le membrane cellulari e a nutrire le cellule, che consumano energia attraverso l’attività fisica.

L’attività fisica richiede alle cellule dell’organismo una maggiore quantità di glucosio, che è prelevata dal sangue, sotto la spinta dell’energia consumata con l’attività fisica.

L’attività fisica è una causa determinante, che consente al glucosio del sangue di passare le membrane cellulari.

I recettori dell’insulina delle membrane cellulari possono aumentare l’attrazione di una maggiore quantità d’insulina e favorire il passaggio di una maggiore quantità di glucosio attraverso le membrane delle cellule.

Certamente se si dispone di una maggiore quantità d’insulina buona allora il passaggio del glucosio nelle cellule è accelerato e le cellule possono disporre di energia da spendere nell’ attività fisica.

È risaputo che alcuni ciclisti scorretti usano l’insulina come mezzo di doping.

La disponibilità di una maggiore quantità d’insulina consente ai ciclisti di convertire in energia tutti gli zuccheri, che assumono abbondantemente durante la corsa.

Nel sangue di questi ciclisti la glicemia raggiunge valori molto alti e l’insulina è in grado di agevolare il passaggio del glucosio dal sangue alle cellule muscolari, che sono in grado di esprimere una maggiore potenza.

 

Terapia medica nutrizionale.

L’apporto calorico deve essere commisurato al fabbisogno calorico, di cui il paziente ha bisogno per sopperire alle calorie consumate con il metabolismo basale, con le calorie consumate per poter fare il proprio lavoro, gli hobby e per le immancabili perdite di energia, che accompagnano tutti i processi energetici.

La quantità di calorie da introdurre nell’organismo dipende dall’energia, che l’organismo spende durante il giorno.

Se si assume una quantità di calorie maggiore del necessario, s’ingrassa oppure se non si raggiunge la quantità di calorie necessaria, si dimagrisce.

L’equilibrio nella dieta deve consentire al paziente diabetico a fare la propria vita normale avendo a disporre di tutte le energie necessarie.

Le calorie da fornire non devono essere approssimative o legate ai gusti di questo o di quel cibo, ma devono derivare dal calcolo sufficientemente approssimato delle calorie necessarie e sufficienti per svolgere la propria vita razionalmente equilibrata e alimentata correttamente.

 

Dieta, pillole e insulina.

La dieta è necessaria per poter controllare la quantità di calorie immesse nell’organismo con il cibo.

Il paziente diabetico, come tutte le persone, ha bisogno di bilanciare con le calorie, che assume con il pasto, le calorie, che spende per il metabolismo basale, le calorie che servono a mantenere in moto la macchina organismo umano, le perdite di energia che si verificano, per es., per l’emissione di calore verso l’esterno, e le calorie, che il paziente diabetico impiega per il lavoro e per le attività del tempo libero.

Se il paziente immette nell’organismo una quantità maggiore di calorie allora il superfluo, che non viene consumato va a rimpinguare la materia grassa dell’organismo e il peso aumenterà.

Se per contro il numero di calorie immesse nell’organismo è inferiore a quello necessario per supplire all’emissione di energia, allora l’organismo è in deficit di energia e necessariamente dimagrisce, perché il sovrappiù di energia, di cui ha bisogno è prelevato dalle riserve di sostanza grassa e dalla massa muscolare.

Occorre mantenere un equilibrio tra l’energia immessa nell’organismo e l’energia consumata durante il giorno.

La dieta molto spesso non basta per bilanciare la quantità di glucosio, che rimane inutilizzata nel sangue, per cui si ha un aumento patologico della glicemia.

Molto spesso i medici prescrivono l’uso di pillole ipoglicemizzanti, che servono per abbassare la glicemia.

Il fatto che la quantità di glucosio, che rimane nel sangue, venga diminuita non significa che il paziente riceva una cura efficace per la terapia diabetica.

Il glucosio rimane nel sangue perché l’organismo non dispone di insulina buona sufficiente a fare passare dal sangue nelle cellule il glucosio, come sarebbe necessario per nutrire le cellule dell’organismo.

Alcuni tipi di pillole ipoglicemizzanti tendono a influire sul pancreas e ad aumentare l’insulina prodotta.

Altre tendono a fare diminuire la glicemia eliminandone l’eccesso dal sangue senza influire sulla quantità d’insulina prodotta dal pancreas.

La cura del diabete deve portare a fare transitare attraverso le membrane cellulari tutto il glucosio, che è necessario, che altrimenti rimarrebbe nel sangue ad aumentare la glicemia senza produrre alcun buon effetto sull’organismo del paziente diabetico.

Per fare oltrepassare alle molecole di glucosio le membrane cellulari occorre poter disporre della quantità d’insulina efficace necessaria.

Se non c’è una quantità efficace d’insulina allora il glucosio rimane nel sangue.

Mentre la medicina ufficiale bada a contenere la quantità di glucosio, che rimane nel sangue, la glicemia, si ritiene che maggiore attenzione vada prestata invece alla carenza di glucosio, cui sono soggette le cellule, che non vengono nutrite per la mancanza d’insulina efficace, che sarebbe necessaria per fare oltrepassare al glucosio le membrane cellulari.

La terapia più semplice riguarda la considerazione che l’insulina secreta dal pancreas non è sufficiente e bisogna integrarla con una certa quantità d’insulina, quella che manca, da fornire mediante iniezioni dall’esterno.

In tal caso la glicemia diminuisce perché si ha il passaggio del glucosio dal sangue nelle cellule per attraversamento delle pareti cellulari favorite dalla disponibilità dell’ormone insulina, che è necessario per fare attraversare le membrane cellulari al glucosio.

Se si raggiunge l’equilibrio nel dosaggio dell’insulina e la dieta assicura tutta l’energia necessaria la terapia diabetica non presenta problemi.

In tal caso la glicemia va a posto su valori quali quelli presenti nel sangue delle persone sane.

In tal caso il diabete è ben curato con una terapia equilibrata senza ricorrere a pillole varie, i cui scopi molto spesso non sono così chiari.

L’insulina deve essere fornita esclusivamente per compensare il difetto nella quantità d’insulina, che il pancreas non riesce a produrre in quantità accettabile e necessaria.

L’insulina da fornire dall’esterno è soltanto quella parte mancante data dalla differenza tra quantità d’insulina necessaria e quantità d’insulina prodotta dal pancreas.

Occorre fornire dall’esterno solo l’integrazione d’insulina necessaria per raggiungere la quantità richiesta per una vita normale.

Occorre notare che le terapie abitualmente in uso non prevedono l’uso delle iniezioni di insulina, se non sono proprio necessarie, e non prevedono neanche l’assunzione di pillole ipoglicemizzanti sulfaniluree, perché queste sostanze possono facilmente causare stati d’ipoglicemia, in particolare se si fa uso di alcool.

Il fatto che pazienti curati con insulina e/o con sulfaniluree vadano in ipoglicemia vuol dire soltanto che le dosi di medicinale, cui sono sottoposti, non sono corrette.

Il corretto dosaggio sia d’insulina che di sulfaniluree scongiura l’ipoglicemia.

Per questo il dosaggio deve essere studiato molto bene e non deve esporre il paziente a rischi d’ipoglicemia o di altri inconvenienti.

È fondamentale per la cura del diabete che i medicinali siano dosati con la maggiore correttezza possibile, senza esporre i pazienti a rischi inutili e dannosi.

 

Carenza di glucosio nelle cellule.

La carenza di glucosio nelle cellule si ha nelle cellule muscolari quando non si dispone dell’insulina necessaria per fare oltrepassare al glucosio le membrane cellulari.

L’insulina è necessaria per il trasporto del glucosio attraverso le membrane cellulari dei muscoli.

Il miocardio è un muscolo e in difetto d’insulina è soggetto alla carenza di glucosio nelle proprie cellule.

È evidente che le cellule scarsamente alimentate soffrono e non è difficile pensare che le cellule del miocardio non se la passano troppo bene in caso di diabete.

È evidente che in difetto di alimentazione delle cellule del miocardio sia verosimile che si vada incontro a fenomeni d’ischemia miocardica e nei casi più gravi a infarto.

Le cellule del sistema nervoso, quelle del cervello, del midollo spinale e tutto il sistema nervoso non hanno bisogno d’insulina per il loro nutrimento.

In caso di bisogno le cellule del sistema nervoso si servono direttamente prelevando il glucosio direttamente dal sangue.

Se nel sangue non c’è una quantità sufficiente di glucosio si è in ipoglicemia e si hanno tutti quei fenomeni propri dell’ipoglicemia.

Tali fenomeni all’inizio provocano sudorazione, tremarella poi una certa confusione mentale e continuando si può anche perdere conoscenza.

In tal caso occorre intervenire subito con iniezioni di glucagone per arrivare ad avere nel sangue il glucosio necessario per nutrire il sistema nervoso.

Le cellule dei muscoli non possono attingere il glucosio direttamente dal sangue, ma hanno bisogno che l’ormone insulina si colleghi ai recettori cellulari per consentire al glucosio di oltrepassare le membrane e nutrire le cellule.

 

Dimagrimento dovuto alla carenza di nutrimento delle cellule.

La carenza di glucosio delle cellule significa un’alimentazione insufficiente nell’alimentazione cellulare.

Il fatto che il glucosio rimanga nel sangue e non possa alimentare le cellule della muscolatura dell’organismo può essere considerato come se non tutto il cibo immesso nell’organismo vada a nutrire le cellule e una parte consistente di esso rimanga inutilizzato nel sangue.

In definitiva è come se una parte del pasto, che facciamo, rimanga inutilizzato.

Ciò significa che è come se tutto l’organismo rimanga sotto alimentato e di conseguenza è come se si stia facendo una cura dimagrante, con alimentazione ridotta o molto ridotta.

La conseguenza è che l’organismo non può che dimagrire.

Ecco perché nel diabetico si osserva un dimagrimento generalizzato, che può anche essere di alcune decine di chili.

Il diabetico, che si è alimentato in passato con quantità eccessive di cibo ed ha acquisito un certo sovrappeso, che può anche raggiungere l’obesità, si trova a perdere peso a causa della patologia diabetica.

Certamente non è accettabile che il paziente diabetico si cibi in maniera esagerata e metta su chili su chili raggiungendo l’obesità, ma è anche vero che a dispetto dell’eccessivo cibo consumato l’organismo deperisce a causa della patologia diabetica.

Il rimedio è nel consumare pasti equilibrati bilanciando correttamente l’energia acquisita con i pasti con l’energia spesa nel corso della giornata e facendo in modo di poter disporre di tutta l’insulina necessaria, se è il caso anche integrando la quantità prodotta dal proprio pancreas con l’insulina introdotta dall’esterno.

Se si guarda bene la terapia diabetica non è difficile.

Occorre equilibrare l’energia, che si consuma e le relative perdite con l’energia, che si assume con i pasti.

Occorre assicurare la quantità d’insulina necessaria integrando l’insulina prodotta dal pancreas con la quantità d’insulina mancante al fine di assicurare la corretta alimentazione delle cellule dell’organismo.

 

 

DIABETE. LA CARENZA DI GLUCOSIO NELLE CELLULE.

Diabete.

Il diabete è una malattia, che affligge un numero sempre maggiore di persone nel mondo.

Ciò significa che le cure a livello mondiale sembrano essere inefficaci.

Le cure sono ormai standardizzate, ma sorge il sospetto che qualcosa non vada bene nelle terapie.

È probabile che ci siano errori di natura teorica nella trattazione del diabete.

 

Glucosio.

Le sostanze ingerite con i pasti sono elaborate e trasformate in glucosio, che è l’unica sostanza, che le cellule dell’organismo accettano per il loro nutrimento.

Il glucosio è anche una fonte di ossigeno per le cellule del corpo umano.

Il glucosio, derivato dai cibi, passa nel sangue, pronto per essere assimilato dalle cellule dell’organismo.

L’ormone insulina provvede a fare attraversare al glucosio le membrane cellulari e a diffondersi nel citoplasma all’interno delle cellule.

 

Le membrane cellulari.

Occorre fare alcune osservazioni in merito al trasporto del glucosio attraverso le membrane cellulari.

Non tutto il glucosio presente nel sangue, la glicemia, è in grado di passare all’interno delle cellule del corpo umano per nutrirle.

Ciò è dovuto al fatto che non tutta l’insulina secreta dal pancreas è efficace, sufficiente e in grado di favorire la penetrazione del glucosio presente nel sangue all’interno delle cellule.

Una parte del glucosio non attraversa le membrane cellulari e rimane nel sangue in quantità maggiore rispetto a quella riscontrabile nel sangue delle persone sane e questo fatto è considerato indice della malattia diabetica.

 

La glicemia.

La medicina ufficiale fissa la propria attenzione sulla glicemia, sul glucosio che rimane nel sangue.

Nel sangue del paziente diabetico si ha una iperglicemia, che è superiore a quella riscontrabile nel sangue delle persone sane.

La medicina appresta tutte le cure necessarie per fare diminuire l’iperglicemia e riportarla al livello normale.

Si ricerca la “compensazione glicemica”.

Tutte le cure, tutti i farmaci sono indirizzati al controllo della glicemia nell’intento di controllarla e di portarla nel campo 70 – 110 mg/dl.

Questo controllo della glicemia non sembra avere un qualche peso efficace nel controllo della malattia diabetica.

Dal diabete non si guarisce perché la glicemia scende e si attesta nel campo 70 – 110 mg/dl.

La patologia diabetica non sembra minimamente influenzata dalla quantità di glucosio, che rimane nel sangue, anche se la glicemia rimane sotto controllo e su valori paragonabili a quelli riscontrabili nel sangue delle persone sane.

Controllando la glicemia non sembra che si possa avere alcun miglioramento della gestione della malattia diabetica.

 

Il fenomeno visto dal lato delle cellule.

Proviamo a guardare il fenomeno non dalla parte del circolo sanguigno, ma dall’altra parte, cioè dalla parte interna delle cellule, che dovevano ricevere il glucosio e non lo hanno ricevuto o non lo hanno ricevuto a sufficienza.

Proviamo a oltrepassare la membrana cellulare e ad osservare il fenomeno da quel punto di vista interno alle cellule.

Proviamo a metterci dal punto di vista dell’interno delle membrane cellulari cioè dall’altra parte rispetto al circolo sanguigno.

 

Carenza di glucosio nelle cellule.

Dal momento che il sangue non riesce a nutrire appieno le cellule, si ha uno stato di perenne carenza di glucosio all’interno delle cellule dell’organismo.

Nel paziente diabetico tutti i tessuti del corpo sono interessati a questo stato di carenza del glucosio.

Con la differenza che gli organi del sistema nervoso centrale, il cervello, etc. reagiscono allo stato d’ipoglicemia con i chiari sintomi, che tutti i pazienti diabetici conoscono, e corrono subito ai ripari aumentando il glucosio presente nel sangue, per es., con delle bustine di zucchero.

Il cervello è sensibile alla glicemia perché utilizza sistemi di assimilazione della glicemia in maniera diretta.

Rimangono in stato di carenza di glucosio tutti gli altri organi del corpo umano, per es., il miocardio, le reni, i muscoli degli arti, i polmoni, le retine degli occhi, l’ematocrito,etc.

Nel paziente diabetico gli organi e i muscoli del corpo sono perennemente in stato di carenza di glucosio senza che sia approntata alcuna cura per contrastare questo fenomeno.

In stato di carenza di glucosio sono in particolare i globuli rossi con la notazione che le molecole delle cellule dei globuli rossi sono all’interno del circolo sanguigno, immerse nel sangue, ma anch’esse soffrono di una insufficiente nutrizione da parte del glucosio.

Non dimentichiamo che tra le funzioni non trascurabili del glucosio c’è anche quella di fornire ossigeno alle cellule del corpo.

In difetto di nutrimento e d’ossigeno si trova anche il midollo osseo, con le conseguenze già viste in un post precedentemente inserito su questo blog dal titolo “Diabete, Ipotesi sulla nascita del diabete.”, di cui richiameremo nel seguito alcuni contenuti.

La parte veramente importante del diabete non è la glicemia ma la carenza di glucosio, in cui si trovano le cellule del corpo umano.

Non è importante il glucosio, che si accumula in quantità eccessiva nel sangue ma la carenza di glucosio, che affligge le cellule dell’organismo, che sono sotto alimentate e in difetto di ossigeno.

Il permanere dello stato di carenza del glucosio, per es., nel miocardio, nelle reni, negli occhi, etc. è responsabile dell’insorgere delle complicanze tardive, che affliggono i diabetici, poiché nessuna cura è stata predisposta dalla medicina ufficiale per ovviare alla carenza di glucosio delle cellule del corpo.

Il preoccuparsi di abbassare la glicemia nel sangue è una cura di dubbia efficacia, mentre è trascurata la vera esigenza delle cellule del corpo e cioè curare la carenza di glucosio delle cellule degli organi.

 

Emoglobina glicosilata.

Riprendiamo il discorso fatto in precedenza nell’intento di legare lo stato di carenza di glucosio diffusa nell’organismo con la situazione nell’ematocrito nel sangue umano.

Sappiamo che una certa percentuale di emoglobina si lega al glucosio presente nel sangue formando l’emoglobina glicata o glicosilata, che nelle persone sane assume valori compresi tra il 4.8% e il 6%.

Le persone affette da diabete presentano valori di emoglobina glicata maggiore del 6%.

Nel diabete curato con la sola dieta non c’è modo di influire sull’emoglobina glicata, se non con il bilancio energetico tra le calorie spese o spendibili nel corso della giornata, con le calorie assunte con il cibo.

Con una glicemia a digiuno bassa l’emoglobina glicata diminuisce, perché l’emoglobina ha una minore probabilità d’incontrare le molecole di glucosio, essendo diminuita la percentuale di molecole di glucosio presenti nel sangue.

Se, per quanto bassa, la glicemia a digiuno non scende sotto i valori accettabili (circa 110 mg/dl) significa che la sola dieta è insufficiente per controllare la glicemia.

Occorre stimolare il pancreas a produrre una maggiore quantità d’insulina, che è l’ormone che consente al glucosio di penetrare nelle cellule.

Le pillole ipoglicemizzanti, in particolare le sulfaniluree, producono l’effetto voluto di stimolare il pancreas a produrre una maggiore quantità d’insulina.

Le altre sostanze utilizzate nelle pillole ipoglicemizzanti in genere inibiscono o ostacolano la gluconeogenesi impedendo la formazione di glucosio a partire dal lattato prodotto nella glicolisi.

Nel sangue rimangono i residui incontrollati di acido lattico, che possono andare liberamente in giro a combinare qualche guaio.

Se nonostante gli stimoli la quantità d’insulina prodotta dal pancreas è ancora insufficiente per trattare il glucosio presente nel sangue, allora occorre fornire insulina dall’esterno, mediante iniezioni sottocutanee d’insulina.

 

Programmi.

Per seguire l’andamento della terapia sono stati elaborati degli appositi programmi al computer e uno di essi in particolare è stato sperimentato per diversi anni con ottimi risultati.

Il programma è in grado di:

  • Dosare l’insulina da iniettare;
  • Calcolare il valore dell’emoglobina glicosilata;
  • Calcolare il valore del coefficiente Hb.

Il programma fornisce un’elaborazione grafica, che consente di seguire nel tempo i valori che interessano riguardanti la malattia.

 

Il programma è in grado di dosare accuratamente l’insulina da iniettare.

Non bisogna mai inseguire i valori della glicemia con i dosaggi dell’insulina. La regola di aumentare il dosaggio dell’insulina all’aumentare della glicemia oltre i 200 mg/dl non è accettabile, perché porta a forte instabilità nell’andamento della glicemia.

Aumentando la quantità d’insulina all’aumentare del valore della glicemia si corre il rischio di finire in forte instabilità, in cui si alternano stati acuti d’ipoglicemia a stati fortemente iperglicemici.

 

Il calcolo dell’emoglobina glicosilata è stato messo a punto confrontando i valori dati dal computer con i valori forniti dai laboratori di analisi.

Dopo diversi anni il programma si può considerare abbastanza preciso e può essere assunto come indicativo del valore dell’emoglobina glicata, tenendo anche presente che l’esame di laboratorio è affetto di errori +- 6% del valore di referto, il che equivale ad un valore assoluto di circa +- 0.5%.

 

Un elemento importantissimo si è dimostrato il “Coefficiente Hb”, già oggetto di posts precedentemente pubblicati su questo blog.

Il coefficiente Hb ha valori più variabili rispetto a quelli dell’emoglobina glicata.

Il coefficiente Hb è calcolato sulla base di 90 giorni, ritenendo che l’emoglobina di nuova formazione sia più incline a legarsi al glucosio rispetto all’emoglobina, che ha già qualche mese ed è in fase di cessazione della propria attività.

Il coefficiente Hb è un indice della percentuale di emoglobina di nuova formazione in confronto all’emoglobina media presente nel sangue.

 

Con l’applicazione del programma si sono ottenuti dei risultati positivi.

Innanzitutto si è notata una costante diminuzione della quantità d’insulina necessaria prevista nella tabella glicemia- insulina.

L’emoglobina glicata è anch’essa stata notata in diminuzione.

E’ possibile per il diabetico mantenere valori di emoglobina glicosilata paragonabili a quelli di una persona sana senza particolari sforzi, ma si ha in corrispondenza una diminuzione del coefficiente Hb, cioè una diminuzione in percentuale dell’emoglobina di nuova formazione, cioè di eritrociti, di globuli rossi di nuova formazione.

Diminuendo i dosaggi dell’insulina si è riportata l’emoglobina glicosilata intorno al valore del 6% e il coefficiente Hb è risalito a valori intorno a 3.5-4.5.

Un’emoglobina glicata più alta significa una maggiore percentuale di glucosio presente nel sangue.

L’emoglobina glicata è proporzionale alla glicemia media nel periodo, per es., di novanta giorni.

Il problema sta nella determinazione del valore della glicemia media da inserire nella formula.

Una glicemia più elevata, rispetto ai valori delle persone sane, provoca un aumento del coefficiente Hb, un aumento nella formazione dei globuli rossi e quindi anche dell’emoglobina presente nel sangue.

 

La ricerca.

Molto importante per la cura del diabete è il lavoro del ricercatore, che analizza le situazioni attuali e, seguendo le proprie idee di sviluppo, mette a punto delle spiegazioni e dei procedimenti nuovi per la cura del diabete.

Il ricercatore verifica le proprie ipotesi in termini scientifici e tiene conto soltanto delle ipotesi, che sono confermate dalla pratica.

Mentre il medico agisce nel campo delle conoscenze acquisite, il ricercatore agisce all’esterno di tale campo.

Medico e ricercatore agiscono in campi nettamente separati, per cui non ci può essere conflittualità tra il parere del medico e quello del ricercatore.

Quando le scoperte del ricercatore saranno acquisite come conoscenze mediche diventeranno a disposizione del medico, che le terrà in considerazione nel proprio lavoro.

La ricerca deve riguardare necessariamente conoscenze non ancora acquisite e deve essere stimolata dalla necessità di andare avanti per risolvere determinati problemi.

 

Il midollo osseo.

Nel diabetico si può avere un abbassamento dei valori dei globuli rossi dovuto a un cattivo funzionamento del midollo osseo, che è quello che presiede alla formazione dei globuli rossi del sangue.

Può avere non poca influenza anche il difetto di alimentazione e di ossigenazione delle cellule del midollo osseo.

Un difetto aggiuntivo del midollo osseo può avere anche un’origine ereditaria, è cioè essere trasmesso con il DNA da uno o da entrambi i genitori.

L’organismo che sente questa insufficienza della capacità del midollo osseo a fornire un numero adeguato di eritrociti, cerca di correre ai ripari aumentando la glicemia, cioè la quantità di glucosio presente nel sangue per cercare di nutrire al meglio le cellule, compensando la diminuita quantità di eritrociti con l’aumentato contenuto in glucosio del sangue in circolazione.

La diminuzione dell’emoglobina può tradursi in una diminuzione dell’ossigenazione dei tessuti per difetto nel numero dei mezzi di trasporto dell’ossigeno.

Peraltro in difetto di ossigenazione il diabetico converte parte del glucosio, che la glicolisi ha convertito in piruvato, in lattato invece di convertirlo tutto in acetil coenzima A.

Con la gluconeogenesi il lattato viene riconvertito in glucosio, che si aggiunge a quello già presente nel sangue.

Il risultato è che il diabetico ha buoni motivi per accumulare glucosio nel sangue.

 

Gestione dell’emoglobina glicosilata.

L’emoglobina glicata nel paziente diabetico può scendere se il dosaggio dell’insulina è quello corretto e se si raggiunge il perfetto equilibrio tra energia spendibile, consumabile ed energia acquisibile mediante i pasti.

Mantenendo l’equilibrio il peso corporeo in questi casi si mantiene costante.

Con l’applicazione del programma l’effetto più visibile è la diminuzione dell’insulina necessaria da iniettare e la diminuzione dell’emoglobina glicata.

Il diabetico può raggiungere senza difficoltà un’emoglobina glicosilata del 5,5% ma paga con una diminuita formazione di nuovi globuli rossi e quindi di emoglobina di nuova formazione.

La glicemia più alta rispetto a quella delle persone sane, la iperglicemia non è la causa scatenante del diabete ma una sua conseguenza.

Il diabete è da imputare al difetto di ossigenazione e di nutrimento delle cellule dell’organismo, non all’iperglicemia, che non c’entra proprio niente essendo una conseguenza e non la causa della patologia diabetica.

 

Un mezzo di difesa.

Alla luce di quanto emerso la iperglicemia può essere considerata come un mezzo di difesa dell’organismo per compensare la diminuita efficienza del midollo osseo nel formare nuovi globuli rossi, aumentando il contenuto in glucosio del sangue in circolazione.

Il diabete è caratterizzato da una glicemia più elevata rispetto a quella riscontrabile nelle persone sane, ma questo è un mezzo di difesa dell’organismo per bilanciare con l’aumento del contenuto in glucosio del sangue la diminuzione del numero degli eritrociti.

In medicina la stimolazione del midollo osseo può essere fatta con l’uso di diverse sostanze medicinali.

L’organismo si organizza con l’aumento della glicemia per contrastare la diminuzione dei globuli rossi di nuova formazione, arricchendo il sangue di glucosio.

L’aumento del glucosio presente nel sangue, la glicemia, deve essere compensato con un aumento dell’insulina disponibile.

Se il pancreas non ce la fa a fornire la quantità necessaria d’insulina, si ha il diabete e occorre adottare i metodi di cura del diabete.

Quello che è importante è che il coefficiente Hb, abbassandosi quando l’emoglobina glicata è scesa a valori intorno al 5,5%, ha messo in risalto un nuovo aspetto da considerare nella malattia diabetica.

La glicemia non è la causa della malattia diabetica, ma un mezzo di difesa dell’organismo di fronte all’insufficienza, alla difficoltà nella fabbricazione di nuovi globuli rossi del sangue.

Per quanto si compensi molto bene la glicemia non occorre scendere oltre il 5.8% con l’emoglobina glicata, perché in tal caso si può avere una diminuzione del coefficiente Hb, cioè della percentuale di eritrociti , di globuli rossi di nuova formazione.

Il diabetico non può raggiungere i valori di emoglobina glicata come quelli che si riscontrano nelle persone sane, ma deve cercare di avvicinarsi ad essi mantenendosi un pochino al di sopra.

Riuscire a mantenere un’emoglobina glicata intorno al 5.8% è un target accettabilissimo per il paziente diabetico.

Se l’emoglobina glicosilata scende al di sotto del 5.8% allora il midollo osseo produce una minore quantità di nuovi globuli rossi, di nuova emoglobina e per riprendere il funzionamento normale l’organismo aumenta la glicemia e quindi la quantità di glucosio presente nel sangue.

E’ forte il sospetto che nel diabete ci si trovi di fronte al cattivo funzionamento del midollo osseo anche per cause ereditarie, per cui l’iperglicemia è un mezzo di difesa, che l’organismo adotta per ovviare al grave deficit nella produzione di emoglobina.

La iperglicemia non è la causa del diabete, ma il mezzo di difesa, che l’organismo adotta per ovviare al cattivo funzionamento del midollo osseo, dovuto alla sotto alimentazione in difetto di ossigeno delle sue cellule.

Per ovviare alla diminuzione dell’emoglobina e dei globuli rossi l’organismo ricorre a una maggiore quantità di glucosio presente nel sangue, a un aumento della glicemia con conseguente aumento dell’emoglobina glicata.

 

Conclusioni.

Il bello della ricerca è che è inesauribile, non finisce mai e, man mano che aumentano le conoscenze sulla malattia, migliora la sua cura e i risultati non possono che essere positivi.

Il fatto che la glicemia aumenti non influisce in maniera sostanziale con la quantità di glucosio, che attraversa le membrane cellulari portando ossigeno e nutrimento all’interno delle cellule dell’organismo.

La carenza di glucosio nelle cellule comporta un aumento della glicemia, ma se  il glucosio non può aumentare il suo flusso attraverso le membrane cellulari, l’organismo avrà cellule in stato di carenza di glucosio, che soffrono la mancanza di glucosio, di nutrimento e di ossigeno.

È questo stato di carenza di glucosio in organi come il miocardio, le reni, le retine, la muscolatura scheletrica, che a lungo andare produce i danni terribili delle complicanze tardive, che portano ad atroci sofferenze fino alla fine.

DIABETE. LA CURA DEL PAZIENTE DIABETICO.

Standard per la cura del diabete mellito 2016.

Da qualche mese è disponibile la pubblicazione degli “Standard per la cura del diabete mellito 2016”.

La pubblicazione riguarda il Capitolo V, “Cura del diabete”, ed è stata fatta a cura dell’AMD (Associazione Medici Diabetologi) e dalla SID ( Società Italiana di Diabetologia).

La pubblicazione contiene le regole, cui attenersi per la cura del diabete mellito ed è rivolta al personale medico, medico specialistico, infermieristico e ai pazienti, la cui collaborazione è ritenuta fondamentale per la riuscita della cura.

In particolare è posto l’accento sulla cultura del paziente, ritenendo che un paziente istruito possa dare il proprio apporto per il miglioramento della cura del diabete.

 

Argomento del nostro esame è il diabete tipo 2.

In questo tipo di diabete l’ormone insulina, che serve a far transitare attraverso le membrane cellulari il glucosio, è insufficiente, per cui parte del glucosio rimane nel sangue, aumentando la glicemia e svelando la presenza della patologia diabetica.

L’insulina è prodotta dal pancreas e può verificarsi il caso che una sua parte sia incapace di svolgere il compito assegnatole.

Trascureremo questa parte d’insulina inutilizzabile e consideremo come prodotta solo la parte d’insulina utilizzabile.

 

Medici e ricercatori.

I medici di famiglia e i diabetologi devono prendere atto dei dettami degli “standard per la cura del diabete 2016” e attenersi ad essi per la cura del diabete mellito.

Normalmente i medici sono abbastanza zelanti ed applicano correttamente i dettami degli standard per la cura del diabete.

I medici agiscono sempre nel “campo delle conoscenze acquisite”, applicandole alla perfezione e questo garantisce una cura efficace e aggiornata alle più recenti innovazioni.

I medici non inventano niente.

Tutto quello che dicono è scritto da qualche parte nella letteratura medica.

 

Diversamente dal medico il ricercatore deve agire al di fuori del campo delle conoscenze acquisite e le conclusioni basate sulle sue ricerche, ove riconosciute valide, diventeranno in seguito a disposizione anche dei medici.

Tra medici e ricercatori non ci può essere “discussione” ma solo “colloquio” perché agiscono in campi nettamente diversi.

Il ricercatore esprime delle idee, che non possono essere capite o recepite dai medici, perché si collocano al di fuori del loro bagaglio di conoscenze.

Se le differenze sono sostanziali il medico sembra cadere dalle nuvole e ritenere che il ricercatore dica delle idiozie.

Il ricercatore è spesso ritenuto quasi un pazzo visionario, che dice delle cose assurde.

Questo è il prezzo del progresso, dovuto all’azione spesso solitaria e priva di fondi economici, da parte di ricercatori afflitti dalla malattia della ricerca e che portano avanti le loro idee, le loro convinzioni, che a prima vista possono sembrare assurde, ma poi, dopo i riscontri, sono riconosciute valide e applicate in linea generale.

 

Un classico esempio di ciò è quello che si è verificato durante una visita medica specialistica in un grande policlinico romano, dove il paziente era un diabetico ricercatore con oltre quarant’anni di esperienza professionale.

Il medico osservava che il paziente eludeva i canoni fondamentali su cui era basata la cura praticata in quel policlinico e si ostinava a non volere seguire le direttive della cura prevista nella letteratura medica e nelle procedure adottate in quel policlinico.

Con molta pazienza il ricercatore cercava d’illustrare le innovazioni, che lo avevano portato ad escludere l’efficacia della cura proposta.

Il medico si rabbuiava in volto e insisteva su quella cura già dimostratasi inefficace ed inutile.

All’esame del sangue risultava la perfezione dei valori raggiunti da paziente, che probabilmente avrebbero fatto invidia a qualche persona sana, ma il dottore insisteva e metteva per iscritto la cura ormai obsoleta.

 

La ricerca.

Il dramma della ricerca è questo.

Se la ricerca è condotta da gruppi ospedalieri di chiara fama, sponsorizzati da case farmaceutiche di prima qualità e condotta su un numero abbastanza alto di pazienti, allora è ritenuta affidabile, anche se i risultati sono stati gonfiati per nobilitare il prodotto dello sponsor.

La ricerca condotta da menti eccelse per necessità personali e portata avanti tra mille difficoltà, raggiungendo alla fine risultati di altissimo valore terapeutico, viene considerata scadente e l’autore soggetto a commenti del tipo: “Come si permette, questo individuo, che non è nemmeno medico, a fare simili affermazioni!.”

 

I motivi per cui la cura del diabete naviga in brutte acque, tutto a spese dei pazienti, che in definitiva sono gli unici a rischiare la loro pelle, sta proprio nella boria dei medici, nella loro ignoranza, più che sul sacrificio di tanti ignoti ricercatori, che pur non essendo primari di altissimi policlinici, rivendicano il diritto alle loro ricerche e al riconoscimento dei risultati conseguiti e conseguibili.

Questo inquinamento delle attività di ricerca e della loro diffusione produce talvolta mali irrecuperabili per la salute dei pazienti.

 

Diabete e glicemia.

Questa premessa per affermare che legare il diabete esclusivamente alla glicemia del paziente è un grave errore.

La medicina attuale considera la cura del diabete come un tentativo di “compensare” la glicemia, di ridurla nel campo in cui si trova nelle persone sane.

La glicemia non è la causa del diabete, ma una conseguenza della malattia.

Il diabete non si ha per effetto della glicemia elevata, che rimane nel sangue del paziente diabetico, ma per il fatto che rimanendo il glucosio nel sangue, la glicemia per difetto d’insulina non può oltrepassare le membrane cellulari e penetrare all’interno delle cellule per nutrirle.

 

Il diabete è dovuto all’insufficiente nutrimento delle cellule dovuto alla scarsa disponibilità d’insulina.

Le cellule sotto alimentate sono il motivo per cui ha origine la patologia diabetica.

La cura del diabete deve essere condotta con un riferimento preciso alla nutrizione delle cellule dell’organismo.

 

Per quanto la medicina ufficiale sia quasi ossessionata alla “compensazione della glicemia”, occorre fissare l’attenzione anche su altri parametri altrettanto importanti.

Il paziente diabetico deve essere curato per assicuragli una vita uguale a quella condotta dalle persone sane.

Le difficoltà della malattia devono essere tutte comprese e superate, assicurando al paziente diabetico una vita normale, simile a quella che hanno tutte le persone sane.

I guai prodotti dal diabete devono essere studiati e contrastati efficacemente onde consentire al paziente di svolgere la sua vita normalmente, come se il diabete non esistesse.

 

Al giorno d’oggi si presta molta attenzione alla glicemia, la si cura, la si compensa e poi?

Il paziente va incontro a peggioramenti continui.

La terapia viene modificata, finché il paziente va incontro alle complicanze tardive e alla fine.

 

Riprendiamo tutto dall’inizio.

 

La glicemia, il peso, l’energia.

Quando è formulata la diagnosi di diabete, il medico prescrive al paziente la terapia prevista dalla letteratura medica.

Gli elementi, che occorre considerare inizialmente, sono tre:

  1. La glicemia, cioè il contenuto di glucosio presente nel sangue, che nelle persone sane è compresa tra 70 mg/dl e 110 mg/dl e nei pazienti diabetici a digiuno è maggiore di 125 mg/dl o in qualsiasi momento della giornata può essere superiore a 200 mg/dl.

 

  1. L’indice di massa corporea, che corrisponde al peso in kg diviso per il quadrato dell’altezza in metri. Essendo l’altezza costante l’indice di massa corporea si ritiene proporzionale al peso corporeo. Per controllare l’indice di massa corporea basta controllare il peso corporeo.

Il peso corporeo (normopeso) deve essere tale da mantenere l’indice di massa corporea compreso tra 18.5 e 25. Peso corporeo = 25 * altezza2 = 25 * altezza * altezza.

Il peso corporeo non deve essere inferiore a 18.5 * altezza2 = 18.5 * altezza * altezza.

Per es., il peso corporeo di una persona, che è alta 1.75 m, dovrebbe essere compreso tra 18.5*1.752 = 56.66 kg e 25*1.752 = 76.56 kg.

È compito del medico stabilire il peso più idoneo per questa persona nell’intervallo 57 – 77 kg, in base alla struttura corporea, al sesso, etc.

 

  1. È della massima importanza la considerazione dell’equilibrio energetico.

L’equilibrio energetico è il bilanciamento tra l’energia necessaria all’organismo e quella che si assume con i pasti.

L’energia necessaria all’organismo è uguale alla somma di vari elementi.

Un elemento molto importante è il metabolismo basale, cioè l’energia necessaria per mantenere in vita l’organismo.

Il cuore, che batte, consuma energia.

I polmoni, che lavorano, consumano energia.

Al metabolismo basale occorre aggiungere l’energia, che in ogni trasformazione energetica va perduta.

Le perdite di energia sono sempre presenti e non annullabili.

In più occorre considerare “l’energia spesa per il lavoro e per le attività del tempo libero.”

Per es., un paziente che fa il camionista può consumare durante la giornata  circa 3200 Kcal.

 

Il paziente diabetico al momento della diagnosi ha valori della glicemia superiori al limite di 110 mg/dl.

Normalmente il medico fissa la propria attenzione sulla glicemia e si preoccupa di ridurla e inizia con il prescrivere una dieta alimentare per limitare la glicemia.

La dieta prevede una riduzione dei carboidrati, che sono quelle sostanze cui si fa carico della maggior quantità di glucosio presente nel sangue.

Il fatto vero è che tutte le sostanze, che noi immettiamo nell’organismo con i pasti, alla fine sono tutte trasformate in glucosio, che è l’unica sostanza, che le cellule dell’organismo accettano per il loro nutrimento.

Limitare i carboidrati ha l’effetto di limitare la quantità di glucosio nel sangue.

Il glucosio del sangue è prodotto da tutte le sostanze presenti nel pasto ed è proporzionale alle Kcal fornite dai pasti ,che immettiamo nell’organismo durante la giornata.

La dieta deve assicurare le Kcal necessarie e non deve essere limitata per diminuire il glucosio, perché in questo caso non si raggiungono le Kcal necessarie all’organismo per vivere e lavorare.

Di solito i medici generici e i diabetologi si preoccupano di riportare la glicemia nei limiti previsti per le persone sane, cioè 70 – 110 mg/dl, trascurando spesso il peso corporeo e soprattutto il bilancio energetico.

Il povero camionista,che aveva bisogno per fare il suo lavoro di 3200 Kcal, si vede costretto ad assumere con i pasti una quantità di energia inferiore, per cui non può lavorare bene, perché gli manca una quota molto importante di energia per svolgere tranquillamente il proprio lavoro.

Questo approccio con la malattia diabetica è sbagliato.

Non bisogna partire dalla glicemia, trascurando le altre voci, che intervengono nella patologia.

 

Una vita normale.

La terapia deve consentire al paziente diabetico di fare una vita normale, come quella delle persone sane, che non sono affette dalla patologia diabetica.

Il parametro da cui partire, che si deve prendere in considerazione per ottenere  questo risultato non è la glicemia ma il bilancio energetico.

Occorre partire dall’assicurare al paziente la disponibilità di una energia sufficiente per svolgere una vita normale, come quelle delle persone sane, che non sono affette dal diabete.

Occorre anche controllare il peso corporeo, correggendo eventuali anomalie, quali sovrappeso,  obesità, eccessiva magrezza.

Infine occorre regolare la glicemia, onde riportarla nei limiti previsti per le persone sane.

 

Se il paziente diabetico lavora come camionista occorre assicuragli circa 3200 Kcal al giorno.

Disponendo dell’energia necessaria per svolgere il proprio lavoro, il paziente non risentirà della malattia nell’esercizio del proprio lavoro.

Se il peso corporeo è normopeso il paziente non avrà problemi legati al grasso, che si accumula in particolare nella cintura ombelicale, che pare sia molto pericoloso dal punto di vista cardiaco.

Se il paziente è sovrappeso o addirittura obeso occorre intervenire con la dieta in modo efficace per riportare il peso del paziente al normopeso, senza attentare considerevolmente alle 3200 Kcal giornaliere di cui ha bisogno per vivere e lavorare.

Una volta messi a posto l’indice di massa corporea e il bilancio energetico è lecito pensare a sistemare la glicemia.

 

Il paziente è diabetico, per cui la sua glicemia è al di fuori dei limiti e in particolare è di solito più alta dei 110 mg/dl.

Occorre portare la glicemia nei limiti previsti di 70 – 110 mg/dl.

Il glucosio è presente nel sangue per poter raggiungere tutti gli organi del corpo umano.

In particolare il glucosio è il nutrimento delle cellule dell’organismo.

Per potere oltrepassare le membrane cellulari occorre che nel sangue sia presente in quantità sufficiente l’ormone insulina, che è prodotto dal pancreas.

È estremamente importante che il paziente possa disporre della quantità necessaria d’insulina  per poter fare oltrepassare al glucosio le membrane cellulari per nutrire le cellule dell’organismo.

Può verificarsi il caso che l’insulina ci sia nel sangue in quantità sufficiente, ma una parte considerevole dell’insulina non sia buona per fare il proprio lavoro, che è quello di favorire il superamento delle membrane cellulari.

L’insulina in eccesso e non utilizzabile è inutile e si considera per semplicità come se non fosse stata prodotta.

Si considera solo la quantità d’insulina efficace, mentre si trascura la quantità d’insulina inutilizzabile.

Il paziente è diabetico di tipo 2 per il fatto che non dispone di una quantità d’insulina efficace sufficiente al suo fabbisogno, per cui una parte considerevole del glucosio rimane nel sangue, non potendo passare nelle cellule per mancanza d’insulina.

Il glucosio rimane nel sangue per mancanza d’insulina efficace per cui il paziente si dice che è affetto della patologia diabetica.

Se il paziente non  dispone della quantità d’insulina sufficiente affinché il glucosio passi nelle cellule e non rimanga nel sangue occorre fornirgli la quantità mancante d’insulina dall’esterno, mediante iniezioni, in particolare in occasione dei pasti, che forniscono il glucosio all’organismo.

 

In definitiva occorre assicurare al paziente la quantità di energia di cui ha bisogno per vivere e lavorare.

Occorre tenere sotto stretto controllo il peso corporeo con l’obiettivo di riportare , se necessario, il paziente al peso normale, al normopeso.

Occorre tenere sotto controllo la glicemia per mantenerla nei limiti previsti per le persone sane, 70 – 110 mg/dl.

 

La cultura medica.

Fissare la propria attenzione solamente sulla glicemia è un lavoro incompleto, che spesso porta a risultati disastrosi.

La cultura medica oggi prevede un controllo molto stretto della glicemia, con le seguenti fasi:

  1. La dieta.
  2. Il paziente non riesce a raggiungere gli obiettivi glicemici previsti (70 – 110 mg/dl).

Il medico prescrive le pillole ipoglicemizzanti.

  1. Il paziente non riesce a mantenere la glicemia nei limiti previsti e il medico prescrive le iniezioni d’insulina
  2. Insorgono le complicanze tardive.
  3. Il paziente è soggetto a enormi sofferenze e alle amputazioni, fino alla fine.

 

Questa scaletta è valida sempre che nella cura di farmaci ipoglicemizzanti non siano usate sostanze che abbassano la glicemia non per stimolazione del pancreas a produrre più insulina, ma con trucchi per eliminare il glucosio dal sangue, non apportando alcun beneficio alla patologia del paziente.

La patologia diabetica comporta una glicemia maggiore normalmente di quella presente nel sangue delle persone sane, ma non sta scritto da nessuna parte che se si elimina il glucosio in eccesso nel sangue si risolve la patologia diabetica.

Eliminando il glucosio, si ha una diminuzione della glicemia ma non si risolve la patologia diabetica.

 

La cura del diabete.

La cura del diabete deve consentire una vita normale, quale quella delle persone sane.

Il diabete fa danni non perché c’è un eccesso di glucosio nel sangue ma perché non si riesce a nutrire adeguatamente le cellule dell’organismo, per cui le cellule sono in sofferenza e si verificano i danni tipici della patologia.

Svuotare il sangue del glucosio non risolve il problema della patologia diabetica ma peggiora la situazione perché viene a diminuire e a mancare il glucosio per nutrire le cellule.

Occorre far oltrepassare alle molecole di glucosio le membrane cellulari , non eliminare il glucosio dal sangue.

La glicemia apparentemente è a posto, ma la patologia fa il suo corso e il paziente non ha alcuna speranza di salvare la pelle.

Le complicanze tardive saranno inevitabili e il paziente morirà tra atroci sofferenze.

 

Il diabete. Dieta, farmaci e insulina.

Il diabete è una patologia molto diffusa nel mondo.

Le persone, affette da diabete, sono in continuo aumento, il che significa che le cure e le terapie previste non sono molto efficaci.

 

La cultura del paziente.

Il paziente diabetico deve maturare una propria “cultura del paziente”, da non confondere con la “cultura del medico” o con la “cultura del diabetologo”, che sono culture maturate in anni di studi universitari e di pratica clinica oltre che di esperienza professionale in campo medico.

Il paziente deve avere una sua particolare cultura, che gli consenta di dialogare con il medico e di capire quello che il medico gli dice.

Il colloquio tra medico e paziente è fondamentale, perché se il paziente non capisce quello che gli dice il medico, la cura del diabete ha scarse possibilità di riuscita.

 

La glicemia.

Tutte le sostanze ingerite, carboidrati, lipidi e protidi, alla fine sono trasformate tutte in glucosio, che è la sostanza accettata dalle cellule dell’organismo per il proprio nutrimento.

Il contenuto di glucosio nel sangue, la glicemia, nel paziente diabetico è maggiore di quello presente normalmente nel sangue delle persone sane.

 

La letteratura medica, per quanto riguarda il diabete, è tutta volta a considerare la glicemia, cioè il contenuto di glucosio presente nel sangue, come indice fondamentale dello stato della malattia diabetica.

La glicemia è costantemente monitorata e, in base ai valori misurati, è regolata l’alimentazione, la quantità e il contenuto del cibo assunto con i pasti.

 

Il paziente diabetico deve sapere che nel suo sangue è presente un eccesso di glucosio e che l’ormone insulina, secreto dal suo pancreas e utilizzabile per trattare il glucosio, è in quantità insufficiente.

Il pancreas può anche secernere una quantità maggiore d’insulina, ma il diabetico di essa ne può utilizzare per vari motivi solo una parte, per cui la disponibilità d’insulina è insufficiente.

È come se il pancreas secernesse solo la quantità d’insulina effettivamente utilizzabile, perché la quantità d’insulina non utilizzabile è come se non fosse stata prodotta.

 

La diagnosi.

La diagnosi di diabete si fonda sulla quantità di glucosio presente nel sangue, la glicemia, in due casi:

1) a digiuno se la glicemia è maggiore di 125 mg/dl;

2) in qualsiasi momento della giornata se la glicemia è maggiore di 199 mg/dl.

 

La diagnosi può essere fatta osservando se il valore dell’emoglobina glicata o glicosilata,

HbA1c, è maggiore o uguale a 48 mmol/mol (6.5%) con misura fatta secondo particolari procedure.

 

Dopo i primi risultati, che potrebbero indicare la presenza di diabete, il medico di base o il diabetologo prescrivono altre analisi e accertamenti, espletati i quali, se accertata, è formulata la diagnosi di diabete.

 

L’indice di massa corporea.

Formulata la diagnosi di diabete, gli accertamenti proseguono, per es., con la valutazione dell’indice di massa corporea, che è dato dal peso del paziente in kg diviso per il quadrato dell’altezza in metri.

 

IMC = Peso (kg) / (altezza(m))2 = Peso (kg) / ( altezza (m) * altezza(m))

 

L’indice di massa corporea di una persona in normopeso dovrebbe essere compreso tra 18.5 e 25.

Per valori maggiori la persona è considerata in sovrappeso e, se l’IMC è maggiore di 29, è considerata obesa.

Per valori inferiori a 18.5 la persona è considerata in sottopeso e, per valori inferiori a 15.5, è considerata in grave stato di magrezza.

 

La classificazione secondo l’IMC serve per capire se l’alimentazione del paziente ha bisogno di correzioni.

Un errore abbastanza comune, che si fa, è quello di trascurare lo stato di obesità del paziente, consentendogli di abbuffarsi e di correggere la glicemia con una dose maggiorata d’insulina.

La correttezza della terapia deve essere tale da garantire lo stato di normopeso del paziente diabetico.

La regolazione del peso è della massima importanza per garantire il buono stato di salute del paziente diabetico.

 

Le energie.

Altro elemento da prendere in considerazione è l’energia, di cui ha bisogno il paziente per vivere.

L’organismo umano ha bisogno di energia, da acquisire con i pasti, per mantenere in vita il proprio corpo, (per es., il cuore che batte consuma energia), per sopperire alle perdite di energia, (per es., il calore, che il corpo emana verso l’esterno è energia, che lascia il corpo per disperdersi nell’ambiente esterno), per l’energia spesa per il lavoro, per il tempo libero, per lo sport.

 

Energia acquisita con i pasti = energia spesa per mantenere il corpo in attività + perdite di energia + energia spesa per il lavoro e il tempo libero

 

Energia acquisita = energia spesa + le perdite

 

La persona ha bisogno di una quantità di energia variabile da circa 1500 Kcal a 3200 Kcal.

Se i pasti sono troppo abbondanti, il sovrappiù di energia finisce per aumentare il peso corporeo e si forma del grasso, che si accumula e si va verso il sovrappeso e l’obesità.

Se i pasti sono insufficienti, si consuma più energia di quella acquisita con i pasti e l’organismo è soggetto al dimagrimento.

La cura ideale del diabete deve consentire al paziente di fare una vita normale e di mantenersi in forma e normopeso.

Il controllo delle Kcal assunte con l’alimentazione è fondamentale per il paziente diabetico.

 

La dieta.

Il medico di base (o il diabetologo) dopo la diagnosi di diabete deve prescrivere le prime cure.

Il medico in genere inizialmente prescrive una dieta, in cui sono controllati i carboidrati e spiegherà quali sono i cibi e la frutta da preferire, rispetto a quelli da evitare.

Il paziente riceve dei fogli, in cui sono indicate la quantità dei cibi consigliati secondo la dieta.

Nella pratica il medico adotta il criterio per cui si comincia con la dieta.

Se il diabete peggiora si passa alle pillole ipoglicemizzanti.

Se il diabete dovesse ancora peggiorare si passa alle iniezioni d’insulina.

Questo criterio operativo è sbagliato.

Il paziente in questo modo non può fare altro che peggiorare il suo stato di salute.

La prescrizione della dieta è corretta ma non deve essere volta esclusivamente alla riduzione della glicemia.

L’attenzione dei medici è tutta polarizzata verso il valore della glicemia, ridotto il quale il problema è risolto.

Questo è sbagliato.

Occorre assicurare al paziente diabetico il poter svolgere una vita normale, conservando le proprie abitudini, il proprio lavoro, le proprie attività fisiche del tempo libero.

Questo comporta la disponibilità di una certa quantità di energia, che deve essere assicurata dalla dieta con i pasti.

La dieta deve essere volta a fornire l’energia necessaria affinché il diabetico possa fare una vita assolutamente normale.

La correzione del valore della glicemia non deve essere fatta riducendo l’energia disponibile, penalizzando la disponibilità fisica del diabetico, ma aggiungendo alla dieta la terapia farmacologica, in quanto necessaria.

La dieta deve fornire l’energia, le Kcal, necessarie per vivere normalmente, conservando le abitudini di vita, il lavoro, gli svaghi del tempo libero.

La prescrizione della dieta è un passaggio obbligato, perché il paziente, qualunque sia la terapia medica prescritta, deve sempre osservare una dieta sana per migliorare il suo stato di salute.

La dieta da sola può anche non bastare per risolvere il problema del fabbisogno energetico e per questo deve essere eventualmente integrata con la terapia farmacologica.

Attendere il peggioramento della malattia per associare alla dieta la terapia farmacologica è sbagliato.

 

L’insulina.

L’ormone insulina ha la funzione di trattare il glucosio presente nel sangue (la glicemia) e di far sì che il glucosio possa penetrare nelle cellule per il loro nutrimento.

Il paziente diabetico in genere non dispone della quantità d’insulina da utilizzare per trattare tutto il glucosio presente nel suo sangue.

Si potrebbe diminuire l’energia dei pasti in modo tale da rendere bastevole l’insulina disponibile, secreta dal pancreas del paziente.

In questo caso verrebbe a ridursi anche l’energia spendibile e il paziente non potrebbe fare la sua solita vita.

Il paziente potrebbe non poter più disporre delle energie per lavorare o per lo svago e le attività del tempo libero.

Il paziente dovrebbe cambiare le sue abitudini di vita e questo non è accettabile.

La dieta deve assicurare le energie per vivere e lavorare, in modo da rendere la vita del paziente paragonabile a quella di una persona sana.

A fronte delle energie necessarie per fare una vita normale ci deve essere una disponibilità d’insulina tale da poter trattare tutto il glucosio del sangue.

 

Dosaggio dell’insulina.

Occorre valutare l’energia, che il paziente deve esprimere per vivere e lavorare.

A fronte di questa energia occorre valutare la quantità d’insulina necessaria.

Il paziente è in grado di poter fornire la quantità d’insulina necessaria?

Se la risposta è “si”, occorre dosare la dieta in modo da poter acquisire l’energia necessaria.

Se il paziente non è in grado di fornire l’insulina di cui ha bisogno, occorre mettere in atto terapie idonee a fornire al paziente la possibilità di poter disporre della quantità d’insulina necessaria.

 

Se il pancreas non è in grado di fornire l’insulina necessaria, ci sono due metodi possibili:

 

1)      Le pillole ipoglicemizzanti, che inducono il pancreas ad aumentare la quantità d’insulina prodotta;

2)      Le iniezioni d’insulina, che immettono nel corpo del paziente la quantità mancante dell’ormone insulina dall’esterno.

 

Occorre risolvere gli eventuali problemi di peso del paziente.

Le condizioni ideali di peso del paziente sono quelle di normopeso.

Il paziente obeso o in sovrappeso deve mangiare di meno.

Il paziente sottopeso deve mangiare di più in modo da portare il suo peso alla normalità.

 

Il diabete è una malattia molto subdola, che lavora sotto sotto, in silenzio e alla fine ci si accorge che si sono sviluppate le complicanze tardive, con grave danno.

Il diabete è solitamente diagnosticato con notevole ritardo, che può essere anche di qualche anno.

Il diabete può stare anni senza dare segni e normalmente ci si accorge della malattia solo per il sopraggiungere delle complicanze tardive, per es., per guai di natura cardiaca.

 

Le pillole ipoglicemizzanti.

Se la sola dieta non assicura una buona cura normalmente si passa alle pillole ipoglicemizzanti.

In questo caso il pancreas è stimolato a secernere una maggiore quantità d’insulina per far sì che l’insulina prodotta sia sufficiente a trattare una quantità maggiore di glucosio.

Alcuni farmaci agiscono sulla glicemia abbassandola, senza influire sulla capacità del pancreas di secernere insulina.

 

Rischi.

Le pillole ottengono il risultato di abbassare la glicemia ma possono avere delle conseguenze indesiderate.

Uno dei farmaci più usati limita la gluconeogenesi.

Il diabetico produce durante la glicolisi una certa quantità di lattato, che è un ione dell’acido lattico, che va al fegato ed è trasformato in glucosio mediante la gluconeogenesi.

Il farmaco, ostacolando la trasformazione del lattato in glucosio, fa diminuire la glicemia ma consente al lattato di rimanere nel sangue e andare in giro, in teoria, procurando dei danni.

L’uso prolungato di questa sostanza ipoglicemizzante potrebbe procurare guai seri.

Altri usi, molto più pericolosi, possono derivare dall’uso di sostanze, che, per fare abbassare la glicemia, abbassano la soglia di sfioramento nelle urine del glucosio del sangue.

Normalmente se il glucosio del sangue supera la soglia di circa 180 mg/dl allora una parte di glucosio viene immessa nelle urine (glicosuria).

Questi prodotti ipoglicemizzanti abbassano la soglia di sfioramento del glucosio nelle urine, per cui il glucosio si riversa nelle urine a valori di soglia molto inferiori, per es. a circa 160 mg/dl.

In questo caso il problema non è minimamente risolto ed è eliminata una parte consistente del glucosio del sangue, per cui la glicemia sembra tornare ad essere a posto ma è un fuoco di paglia.

L’energia, di cui ha bisogno l’organismo, rimane invariata.

L’insulina, che serve all’organismo, rimane invariata.

Diminuisce soltanto il glucosio disponibile, che non rimane nel sangue ma è eliminato con le urine.

La glicemia diminuisce ma il problema del diabete rimane invariato.

Un altro farmaco è stato proibito in alcuni paesi della Comunità Europea, poiché forse potrebbe produrre sbandamenti pericolosi nella guida di autoveicoli, potrebbe forse produrre la morte improvvisa e forse il tumore alla vescica.

È evidente che si è perso il senso della protezione dell’organismo, della persona e di risoluzione delle condizioni, che affliggono i pazienti diabetici.

È compito dei medici di base e dei diabetologi proteggere i pazienti diabetici contro le insidie evidenti e nascoste di farmaci, il cui uso può essere molto rischioso.

 

Iniezioni d’insulina.

Falliti i tentativi mediante la dieta e le pillole ipoglicemizzanti, il diabetologo propone il ricorso alle iniezioni d’insulina.

Le iniezioni d’insulina di solito rappresentano l’ultima ratio, cui fare ricorso quando le cure, tentate in precedenza, non hanno sortito l’effetto sperato, che è quello di compensare la glicemia, facendo sì che essa si mantenga nei limiti 70 – 110 mg/dl.

Quando si passa alle iniezioni d’insulina solitamente il diabete è in atto da parecchi anni ed ha già prodotto danni non trascurabili manifestando le cosiddette complicanze tardive.

Le iniezioni d’insulina potrebbero essere state indispensabili anche al momento della diagnosi per poter trattare il glucosio ed avere l’energia necessaria al fine di garantire al paziente una vita abbastanza normale.

È molto raro, se non estremamente improbabile, che le iniezioni d’insulina siano prescritte come terapia iniziale al momento della diagnosi del diabete.

Ciò perché l’attenzione è focalizzata sulla glicemia e non sul fabbisogno energetico da parte del paziente, che dovrebbe avere una vita il più possibile normale come quella delle persone sane.

 

Molto spesso le iniezioni d’insulina sono viste dai pazienti come una sorta di schiavitù, per cui i pazienti cercano di evitarle finché non se ne può fare a meno.

Questo atteggiamento del paziente spesso induce il medico a non prescrivere o a rimandare la prescrizione delle iniezioni d’insulina.

Quando formula una cura, una terapia il medico non deve farsi influenzare alle impressioni del paziente, dai timori del paziente, perché il diabete fa il suo corso, spesso in modo silenzioso,ma inesorabile e alla fine produce danni molto gravi.

Il medico deve trovare le parole adatte a convincere il paziente che la cura proposta è necessaria, anche se può comportare qualche disagio.

Sta alla bravura del medico studiare il dosaggio dell’insulina e scegliere i tipi d’insulina meglio indicati per la cura del diabete.

Quando si arriva all’insulina solitamente il diabete è già in stato molto avanzato e il paziente si rassegna e capisce che il diabete è una malattia, che non consente di scherzare e che la patologia deve essere affrontata con la massima serietà.

Purtroppo spesso i ritardi accumulati in passato fanno sentire il loro peso e le conseguenze possono essere anche molto gravi.

 

La ricerca.

La ricerca è in atto in tutto il mondo, nelle università, negli ospedali, nei policlinici.

Il gruppo di ricercatori è coordinato dai dirigenti di ricerca.

Normalmente si selezionano dei gruppi di pazienti, che sono trattati, alcuni con terapie sperimentali, altri con placebo.

Raggiunto un numero consistente di pazienti, tenuto in osservazione per un certo numero di anni, sono pubblicati i risultati dell’analisi di ricerca.

Ricerche congruenti possono essere conglobate in metanalisi al fine di arrivare a conclusioni utili per la cura.

Spesso la ricerca è finanziata dalle società produttrici di medicinali e può nascere il dubbio che il farmaco esaminato e risultato meraviglioso sia il farmaco prodotto dalla società, che ha finanziato le ricerca.

 

Serietà nella cura.

Da quanto sopra si evince che la cura della patologia deve essere affrontata con il massimo della serietà professionale e che le improvvisazioni sono spesso causa di gravi danni per i pazienti.

La terapia del diabete deve essere affrontata con la massima serietà, perché il diabete è una malattia che approfitta della leggerezza per lo meno iniziale della terapia per aggravare le condizioni di salute del paziente e spesso con danni irrecuperabili.

 

Quanto sopra è certamente una critica, ma è anche un invito a studiare bene come intervenire nel formulare la corretta terapia per curare il diabete.

 

Diabete. Unità pane speciale.

Il diabete è una malattia cronica largamente diffusa nel mondo.

La patologia diabetica affligge un numero di persone in continuo aumento, il che vuol dire che le terapie per contrastarla non sono molto efficaci.

Il paziente diabetico ha nel proprio sangue un contenuto di glucosio, (la glicemia), maggiore di quello riscontrabile in genere nel sangue delle persone sane.

Ciò significa che non tutto il glucosio, sviluppato dal cibo ingerito, è utilizzato per nutrire le cellule dell’organismo, per cui una parte significativa di glucosio rimane inutilizzata nel sangue.

Per fare penetrare il glucosio all’interno delle cellule occorre avere la disponibilità dell’ormone insulina, che è secreto dal pancreas.

Nel paziente diabetico il pancreas non secerne l’ormone insulina in quantità sufficiente a trattare tutto il glucosio presente nel sangue ma solo una sua parte.

I medici di famiglia e i diabetologi concentrano la loro attenzione sulla glicemia del paziente diabetico, cioè sul contenuto di glucosio nel sangue.

La glicemia dovrebbe essere mantenuta nel campo 70-110 mg/dl.

Se ciò avviene, si dice che si ha la “compensazione glicemica” e il paziente è “compensato”.

Nel paziente diabetico purtroppo la glicemia è al di fuori di questo campo e sicuramente è più alta di 110 mg/dl.

Per fare abbassare il livello della glicemia occorre poter disporre dell’insulina necessaria.

I medici di famiglia e i diabetologi concentrano la loro attenzione sulla glicemia, mentre sarebbe necessario prestare maggiore attenzione sul fabbisogno d’insulina.

La glicemia è funzione dell’insulina disponibile nel sangue.

La cura del diabete deve portare a confrontare la glicemia con l’insulina disponibile.

Occorre agire sulla quantità d’insulina disponibile piuttosto che sulla glicemia.

Controllare la glicemia in modo da mantenerla tra 70 e 110 mg/dl può essere un falso obiettivo, che non risolve il problema principale, che è quello di assicurare al paziente diabetico un assorbimento di glucosio nelle cellule del corpo, come avviene nelle persone sane.

 

Tutte le sostanze contenute nel cibo sono elaborate e trasformate in glucosio, che è l’unica sostanza, che le cellule del nostro organismo accettano per il loro nutrimento.

Nel cibo sono contenuti i glucidi (carboidrati, pane, pasta, zuccheri), i protidi (le proteine della carne) i lipidi (grassi animali e vegetali) e sali minerali, vitamine, etc..

Tutte queste sostanze sono trasformate in glucosio, che rimane nel sangue in attesa di oltrepassare le membrane cellulari, per essere elaborato all’interno delle cellule.

 

Le linee guida applicate dai medici prevedono varie fasi terapeutiche.

Nella fase iniziale la terapia prevede la dieta per fare diminuire la quantità di glucosio prodotta nell’elaborazione del cibo ingerito.

Ciò può essere valido nel caso in cui il cibo acquisito con la dieta sia sufficiente a garantire la quantità di glucosio necessaria per l’alimentazione delle cellule dell’organismo.

Se la quantità di glucosio acquisita con la dieta è inferiore a quella necessaria per il nutrimento delle cellule allora la sola dieta non è indicata per garantire il corretto nutrimento delle cellule.

In seguito la terapia prevede l’assunzione delle pillole ipoglicemizzanti, per stimolare il pancreas a secernere una maggiore quantità d’insulina.

Se l’insulina prodotta dal pancreas è insufficiente per l’elaborazione della glicemia, allora si prova a stimolare il pancreas a produrre una maggiore quantità d’insulina per elaborare tutto il glucosio presente nel sangue.

Quando, nonostante le pillole, l’insulina rimane insufficiente, la necessità della terapia richiede le iniezioni d’insulina.

Tutta l’insulina che manca deve essere introdotta dall’esterno tramite iniezioni.

Si trovano sul mercato farmaci, che non agiscono sul pancreas per aumentare la produzione d’insulina, ma che servono a facilitare lo scarico nelle urine dell’eccesso della glicemia.

La glicemia, cioè la quantità di glucosio nel sangue, diminuisce perché è scaricata nelle urine, abbassando la soglia della glicosuria.

La compensazione glicemica in questo caso è ottenuta eliminando la glicemia in eccesso.

La glicemia si abbassa ma l’insulina a disposizione rimane la stessa e la quantità di glucosio elaborata rimane la stessa.

Se la quantità di glucosio elaborata è insufficiente, il paziente dimagrisce e deve rallentare il consumo di glucosio indipendentemente dal fabbisogno energetico, di cui ha bisogno.

La soluzione non sembra abbastanza corretta.

Questi farmaci non influenzano la capacità del glucosio di nutrire le cellule, che rimane insufficiente, ma si limitano ad abbassare la glicemia.

I vantaggi sono soltanto apparenti.

Questa pratica può essere valida se il glucosio acquisito nelle cellule è sufficiente ad assicurarne il nutrimento per il fabbisogno energetico.

In caso contrario questa tecnica è assolutamente da evitare, perché rallenta le potenzialità energetiche dell’organismo.

Il glucosio contenuto nelle urine aumenta notevolmente ed espone le vie di eliminazione dell’urina a infezioni varie, essendo le vie glucosate un valido terreno di coltura per funghi e batteri.

I guai possono capitare, ma andare a cercarseli è da evitare.

 

L’equivoco può nascere dal fatto che si presta molta attenzione alla glicemia e si trascura, per es., l’indice di massa corporea.

Occorre considerare il peso dell’organismo che deve essere mantenuto costante su valori accettabili.

Occorre considerare che oggi si fa grande affidamento sulla “compensazione glicemica”, cioè si tende a dosare pillole e insulina in modo che la glicemia risultante nel sangue sia compresa tra 70 e 110 mg/dl.

Se si raggiunge questo risultato, ci si appaga e si dice che il paziente è “compensato “ e che si ha la “compensazione glicemica”.

Ogni tre mesi si controlla il valore dell’”emoglobina glicosilata”, che indica come si è mantenuta la glicemia media negli ultimi tre mesi.

L’uso della compensazione glicemica nella terapia diabetica è molto discutibile e poco affidabile.

La compensazione glicemica non garantisce che il paziente mantenga in equilibrio il proprio peso corporeo, per cui il paziente può avere un aumento di peso eccessivo oppure un dimagrimento incontrollato.

Il controllo del peso corporeo può sostituire il controllo dell’indice di massa corporea, poiché l’altezza può essere considerata costante ed è abbastanza facile ricavare il peso corporeo per mantenere un indice di massa corporea uguale a venticinque.

Peso (kg) = 25 * altezza2 (m) = 25* altezza (m)* altezza (m).

Una persona alta 1,75 m deve cercare di mantenere un peso corporeo di 25*1,75*1,75= 76,56 kg.

Il controllo del peso corporeo garantisce che i pazienti, che adottano la compensazione glicemica, possano lo stesso controllare la glicemia in modo accettabile.

Se il peso corporeo aumenta, vuol dire che l’alimentazione è eccessiva, anche se la glicemia è ben compensata.

In questo caso il cibo ingerito è in esubero e l’insulina iniettata concorre a riportare la glicemia a valori accettabili, però il peso corporeo è fuori controllo.

Da qui deriva che molti pazienti diabetici sono obesi, perché mangiano troppo e s’iniettano dosi eccessive d’insulina per compensare la glicemia.

Se il peso corporeo diminuisce, vuol dire che l’alimentazione è insufficiente e l’insulina iniettata è sufficiente a garantire la compensazione glicemica.

Il dimagrimento eccessivo però sta a indicare che la compensazione glicemica è raggiunta ma che l’organismo va in sofferenza e la terapia non può essere ritenuta regolare.

Anche in questo caso il peso corporeo è fuori controllo e l’organismo è sottoalimentato con conseguenze certamente non buone.

Il fatto che la compensazione glicemica sia raggiunta non garantisce la qualità della terapia.

La compensazione glicemica è un modo indiretto di controllare l’efficacia della secrezione d’insulina da parte del pancreas ma non è in grado di garantire un perfetto controllo del meccanismo di nutrimento cellulare, che può essere assicurato solo dal controllo insulinico in relazione all’indice di massa corporea.

Il discorso vero è che quello che conta è garantire che le energie spese durante la giornata siano equilibrate dalle energie acquisite con il cibo ingerito nei pasti.

 

In alternativa alla “compensazione glicemica” occorre considerare la “compensazione energetica”, che consiste nel mantenere l’equilibrio energetico giorno per giorno tra le energie consumate durante la giornata e quelle immesse nell’organismo con i pasti.

Occorre assicurare all’organismo le energie, che sono spese durante la giornata.

Se le energie acquisite con i pasti superano quelle spese allora il paziente utilizza il sovrappiù energetico per mettere un po’ di grasso.

Se al contrario le energie acquisite sono in difetto, allora il paziente dimagrisce.

Anche in questo caso è fondamentale il controllo dell’indice di massa corporea, riconducibile al controllo costante del peso corporeo a esso proporzionale.

Normalmente il paziente non è soggetto a un pareggio rigoroso delle energie, per cui un giorno può avere un eccesso di energia e un altro può essere in difetto.

Nella media la somma delle energie acquisite con i pasti può ben compensare le energie spese, per cui si ha una compensazione energetica apprezzabile.

Non si può pretendere di avere sempre l’equilibrio energetico tutti i giorni, ma un giorno si può avere un eccesso di energia acquisita con i pasti e un altro giorno un eccesso di energia spesa.

In ogni caso la media dell’energia acquisita con i pasti deve bilanciare la media dell’energia spesa, per cui si ha un equilibrio tra le due energie.

Se si raggiunge l’equilibrio energetico, si ha la “compensazione energetica”, che può sostituire con maggiore efficacia la compensazione glicemica.

L’organismo umano è una macchina, che sviluppa energia ed è alimentata per mezzo del cibo assunto con i pasti.

Per rendere calcolabile le energie assunte con il cibo durante la giornata i medici nutrizionisti e quelli dietologi possono ricorrere alle “unità pane”, la cui definizione è propria della cultura del medico e non può essere facilmente assimilata nella cultura del paziente.

Il paziente si deve guardare bene dallo scimmiottare la cultura del medico, perché gli mancano sia gli anni di studi universitari nella facoltà di medicina, sia gli anni di pratica professionale, per cui prendiamo atto che esistono queste unità pane, che sono usate appropriatamente dai medici.

I medici nutrizionisti riferiscono l’”unità pane” al contenuto calorico e considerano una unità pane come 12 grammi di carboidrati contenuti in un pezzo di pane scuro del peso di 25 grammi.

È molto difficile usare l’unità pane così definita per calcolare le calorie ingerite con il cibo.

Occorre procedere a una semplificazione, che consenta ai pazienti diabetici di poter calcolare facilmente le energie contenute nei pasti.

L’unità pane, che usano i medici, è difficilmente adottabile dalla cultura del paziente, perché di difficile comprensione.

Il paziente ha bisogno di un sistema semplice e facilmente applicabile per calcolare la quantità di energia, la quantità di Kcal, che assume con i pasti.

Il riferimento alle quantità di carboidrati contenute nei cibi può essere laborioso.

La “cultura del paziente” impone di trovare un metodo più semplice per calcolare le energie assunte con i pasti, il che impone definire delle “unità pane speciali”, che funzionino adeguatamente, senza sconfinare nei calcoli complessi propri della cultura del medico.

Occorre introdurre delle unità pane definite in modo più semplice, ma utilissime per il calcolo dell’energia acquisita con il cibo.

 

Le unità pane speciali.

Si definisce “unità pane speciale” (UPS), un’unità di pane, non specificato come qualità e quantità, che fornisce 100 KCal di energia.

Le Kcal fornite dal pane variano con la qualità del pane a parità di peso.

L’unità pane speciale non è legata a una specifica qualità e quantità di pane, ma, per definizione, fornisce 100 KCal di energia.

Ogni unità pane (UPS) corrisponde a 100 Kcal di energia, per cui è un’unità di energia, un’unità energetica.

Il riferimento al pane è puramente ideale.

L’unità pane speciale è introdotta per semplificare i calcoli e non fa riferimento a un tipo specifico di pane o a una qualità specifica di pane.

L’uso dell’unità pane speciale (UPS) è giustificato dal fatto che per ricavare le unità pane speciali da ingerire durante la giornata basta dividere il fabbisogno energetico giornaliero in Kcal per 100 e si ottengono le UPS da assumere durante la giornata.

Le KCal da assumere nella giornata, divise per 100, rappresentano il numero delle unità pane, speciali, che devono essere ingerite con i pasti durante la giornata.

Se il fabbisogno giornaliero è di 2400 Kcal vuol dire che durante la giornata occorre alimentarsi con 24 UPS.

L’adozione delle UPS semplifica moltissimo il calcolo delle energie da assumere durante la giornata e rende il calcolo facile e sicuramente alla portata dei pazienti, senza volere sconfinare nella cultura dei medici, che è giustamente riservata ai medici.

Le unità pane speciali sono riservate alle culture dei pazienti, perché sono state create per essere usate dai pazienti, data la loro semplicità di applicazione.

Per determinare quante sono le energie da assumere per la giornata occorre fare riferimento all’energia consumata durante la giornata.

Al calcolo concorrono prevalentemente tre elementi:

1) Il metabolismo basale, che costituisce l’energia minima per compiere le funzioni vitali;

2) L’azione dinamica specifica, che è l’energia necessaria per digerire gli alimenti;

3) L’attività fisica.

Secondo i vari elementi si determina il numero di Kcal necessarie per equilibrare le Kcal consumate durante la giornata.

Il numero delle UPS necessarie si ottiene dividendo per 100 il numero delle Kcal giornaliere.

Generalmente il fabbisogno calorico nella giornata va da 1600 a 3000 Kcal, cioè da 16 a 30 UPS.

In particolare, per es., un bambino ha bisogno di circa 1700 Kcal, 17 UPS ;

Un’adolescente di sesso femminile ha bisogno di circa 2100 Kcal, 21 UPS;

Un adolescente si sesso maschile arriva a consumare 2600 Kcal, 26 UPS;

Una persona, che fa vita sedentaria, ha bisogno di almeno 1800 Kcal, 18 UPS;

Una persona, che svolge un lavoro leggero, ha bisogno di circa 2400 Kcal, 24 UPS;

Una persona, che svolge un lavoro pesante, può anche superare le 3000 Kcal, 30 UPS;

Un atleta, che fa sforzo prolungato, può anche superare le 10000 Kcal il giorno, 100 UPS.

I dati suesposti sono da considerarsi alquanto indicativi.

 

Il paziente diabetico chiederà al proprio medico curante o al proprio diabetologo di fiducia quante siano le Kcal di energia, che, in base ai propri dati, devono essere assunte durante il giorno per equilibrare le energie spese nella giornata.

Dividendo per 100 le Kcal giornaliere necessarie si ottiene il numero delle “unità pane speciali” da immettere nell’organismo durante la giornata per equilibrare le Kcal consumate.

Ci deve essere equilibrio tra le energie consumate e le energie acquisite con i pasti.

Le unità pane speciali semplificano il calcolo delle energie da assumere durante la giornata, perché basta dividere per 100 il numero delle Kcal da assumere durante la giornata per ottenere il numero delle unità pane speciali da assumere durante il giorno.

L’utilizzo delle “unità pane speciali” è giustificato dalla semplicità di utilizzo.

Esistono nella letteratura medica e pubblicate in internet le tabelle, che considerano le Kcal apportate dai vari alimenti riferite alle rispettive quantità, che generalmente sono di 100 grammi.

È possibile associare a ciascun alimento un coefficiente in funzione del rapporto tra le Kcal fornite da quell’elemento rispetto alla quantità dell’elemento.

Nelle tabelle sono indicate le Kcal fornite per ciascuna sostanza in relazione alla quantità indicata di quella sostanza, che di solito sono 100 grammi.

Dividendo le Kcal per le quantità si ottengono le Kcal fornite per un grammo di quella sostanza (Kcal/g).

Dividendo ancora per 100 le Kcal fornite da un grammo della sostanza, si ottengono le unità pane fornite da un grammo di quella costanza (PRS/g).

Se nelle tabelle originali le Kcal delle varie sostanze sono riferite a 100 grammi della sostanza, basta dividere per diecimila (10000) i valori indicati delle Kcal per ottenere i coefficienti che indicano le UPS/g, le unità pane speciali riferite a un grammo della sostanza.

Le tabelle così ricalcolate forniscono per ciascuna sostanza il numero delle unità pane speciali, che fornisce un grammo della sostanza in esame, per cui basta moltiplicare la quantità della sostanza assunta nel pasto per questi coefficienti per trovare il numero delle unità pane speciali ingerite riguardo a quella sostanza.

 

Per es., il latte parzialmente scremato ha un coefficiente pari a 0,005 (UPS/g).

Se a colazione si assume una quantità di latte parzialmente scremato di 250 g, moltiplicando 250 g per 0;005 UPS/g, si ricava il numero di UPS corrispondenti a 250 g di latte parzialmente scremato uguale a 250*0.005= 1,25 UPS.

Non occorre fare ogni volta il calcolo delle UPS in considerazione del fatto che a colazione si consuma di solito la stessa quantità di latte parzialmente scremato, per es. 250 g, e si sa già che corrisponde a !,25 UPS.

Si associa a 250 g di latte parzialmente scremato una quantità di UPS pari a 1,25.

Dalle tabelle che riportano le Kcal fornite da quantità specifiche indicate delle varie sostanze dividendo per le quantità e per 100 KCal si ottengono i coefficienti che rappresentano le UPS corrispondenti a un grammo delle varie sostanze.

L’applicazione di questo coefficiente è molto semplice perché basta moltiplicare questo coefficiente per il peso in grammi di quell’elemento per ricavare il numero delle UPS, corrispondenti alla quantità di quell’elemento.

Per es., 100 grammi di pasta di semola cruda danno circa 365 Kcal. un grammo di pasta darà 365/100=3,65 Kcal. Le UPS/g corrispondenti a un grammo di pasta sono 3,65/100= 0.0365 UPS/g.

Alla pasta di semola di grano duro si associa il coefficiente 0,0365 UPS/g.

Questo significa che se nel pasto di mezzogiorno sono previsti 50 g di pasta, a essi corrispondono 0,0365 (UPS/g)*50 (g) = 1,825 UPS.

Il paziente diabetico può farsi una tabella dei coefficienti UPS/g, in cui a ogni sostanza, che è presente nei suoi pasti, è associato un coefficiente UPS/g che, moltiplicato per le quantità presenti nei pasti, fornisce il numero di UPS che si riferisce a quell’elemento.

Unità pane speciali in ordine crescente, riferite a un grammo di alimento (UPS/g) (valori approssimati).

0.002 Ortaggi; 0.004 Latte e frutta anche spremuta; 0.006 Crostacei, latte, uova e vino; 0.008 Crostacei e pesci; 0.010 Pesci e carne da arrosto; 0.012 Carne; 0.014 Carne di spalla, pollo, uova; 0.016 Carne da arrosto, pollo arrosto, uovo intero; 0.018 Salsiccia e coscia di pollo, sgombro; 0.02 Lingua, castagne, pane integrale, salmone; 0.022 Mozzarella, tonno e anatra; 0.024 Pane, carne, prugne e fichi secchi; 0.026 Formaggi, fagioli, salsiccia; 0.028 Legumi, salmone affumicato; 0.03 Panna, salsiccia di maiale; 0.032 Lenticchie, miele, fontina; 0.034 Fecole, mortadella, braciole; 0.036 Olive, gorgonzola, provolone; 0.038 Bel paese, prosciutto crudo, parmigiano, Emmental; 0.04 Muesli; 0.042 Gruviera, zucchero; 0.044 Wisky; 0.046 Mascarpone; 0.058 Mandorle, arachidi; 0.06 Pistacchio; 0.062 Pancetta affumicata; 0.064 Nocciole; 0.066 Noci; 0.068 Pinoli; 0.072 Margarina; 0.076 Burro, Maionese; 0.086 Pancetta; 0.09 Oli, strutto;

 Alcuni esempi applicativi.

Colazione:

Latte parzialmente scremato 250 g; 250*0.005= 1.25 UPS

Biscotti per il latte (frollini, integrali) 50 g; 50*0.0353= 1.765 UPS

Caffè amaro = 5*0.0004= 0.002 UPS

Un cucchiaino di zucchero (5 g) = 5*0.0362= 0.181 UPS

Totale unità pane a colazione senza zucchero = 1.25+1.765+0.002= 3.017 UPS

Totale unità pane a colazione con lo zucchero = 1.25+1.765+0.002+0.181= 3.198 UPS

 

Spuntino:

Un frutto (mela, pera, …) 150 g; 150*0.0048= 0.72 UPS

 

Pranzo:

Pasta (a crudo) 80 g; 80*0.0371= 2.968 UPS

Carne (bovina arrosto) 100 g; 100*0.0198= 1.98 UPS

Insalata 50 g; 50*0.0016= 0.08 UPS

Pane integrale 100 g; 100*.0.0247= 2.47 UPS

Frutta (mela, pera, …) 150 g; 150*0.0048= 0.72 UPS

Vino rosso 100g; 100*0.0083= 0.83 UPS

Acqua 250 g; 250*0.0= 0.0 UPS

Dolce (crostata alla frutta) 50 g; 50*0.034= 1.7 UPS

Totale unità pane a pranzo = 2.968+1.98+0.08+2.47+0.72+0.83+1.7= 10.748 UPS

Senza dolce: 9.048 UPS

 

Merenda:

Tè verde (una tazza con due cucchiaini di zucchero) 125g= 125*0.0001+10*0.0387= 0.4 UPS

Biscotti 50g; 50*0.0353= 1.765 UPS

Frutta 150g; 150*0.0048= 0.72 UPS

Totale merenda =0.4+1.765+0.72= 2.885 UPS

 

Cena:

Minestra 200g= 200*0.0051= 1.02 UPS

Pesce 150g; 150*0.0144= 2.16 UPS

Insalata 50g; 50*0.0016= 0.08 UPS

Pane integrale 100 g; 100*0.0247= 2.47 UPS

Frutta (mela, pera, …) 150 g; 150*0.0048= 0.72 UPS

Vino rosso 100g; 100*0.0083= 0.83 UPS

Acqua 250 g; 250*0.0= 0.0 UPS

Dolce (crostata alla frutta) 50 g; 50*0.034= 1.7 UPS

Totale cena = 1.02+2.16+0.08+2.47+0.72+0.83+1.7= 8.98 UPS

Senza dolce: 7.28 UPS

 

Totale unità pane nella giornata:3.21+0.72+10.75+2.88+8.98= 26.54 UPS

Senza dolci: -3.581 = 22.959 UPS

Il pasto della giornata fornisce 2654 Kcal.

Senza i dolci l’energia fornita è 2295.9 Kcal.

 

I pasti equilibrati dovrebbero prevedere il 20% di Kcal a colazione, il 5% allo spuntino di metà mattina, il 40% a pranzo, il 5% allo spuntino di metà pomeriggio, il 30% a cena.

I pasti dovrebbero contenere il 60% di carboidrati, il 15% – 20% di proteine e il 20% – 25% di grassi.

Può sembrare strano considerare i dolci nell’alimentazione dei pazienti diabetici.

Le insuline rapide moderne agiscono entro dieci minuti dall’iniezione.

Se l’iniezione si pratica mezzora prima del pasto, va a finire che l’insulina entra in azione venti minuti prima di iniziare a mangiare, con possibile ipoglicemia.

L’insulina rapida deve essere iniettata subito dopo il pasto, anche dieci o venti minuti dopo, e i dolci servono per avere subito disponibile una certa quantità di glucosio da elaborare.

Può capitare che la digestione del pasto possa iniziare qualche tempo dopo, per es., in caso di consumazione di pesce azzurro, che è ricco di omega3 ma che per alcuni pazienti può essere scarsamente digeribile e in tal caso i dolci servono a fornire glucosio in modo da non andare in ipoglicemia postprandiale.

Se ci si abitua a prendere il caffè amaro e si rinuncia ai dolci, si risparmiano 3.6 UPS e il totale della giornata in esempio scende a 22.96 UPS e il pasto giornaliero fornisce 2296 Kcal.

Il paziente diabetico deve saper rinunciare a certi sapori dolci, come lo zucchero e le crostate, specialmente se fa vita sedentaria, perché i dolci potrebbero tramutarsi in grasso del quale è molto meglio fare a meno.

È essenziale avere un grande forza di volontà per accettare tanti sacrifici e i vantaggi non tarderanno a farsi sentire.

Diabete. Alimentazione con le unità pane.

Il diabete è una malattia cronica, da cui non si può guarire.

Il paziente diabetico ha nel proprio sangue un contenuto di glucosio (la glicemia) maggiore di quello riscontrabile nel sangue delle persone sane.

La terapia attualmente prescritta dai medici di famiglia e dai diabetologi è volta a controllare la glicemia.

Il glucosio presente nel sangue deriva dagli alimenti, che sono ingeriti durante i pasti.

Tutte le sostanze contenute nel cibo sono trasformate in glucosio, che è l’unica sostanza che le cellule del nostro organismo accettano per il loro nutrimento.

Nel cibo sono contenuti i glucidi (pane, pasta, zuccheri), i protidi (le proteine della carne) i lipidi (grassi animali e vegetali) e sali minerali.

Tutte queste sostanze sono trasformate in glucosio.

La terapia nella fase iniziale prevede la dieta per fare diminuire la quantità di glucosio prodotta nell’elaborazione del cibo ingerito.

In seguito la terapia prosegue con le pillole ipoglicemizzanti per stimolare il pancreas a secernere una maggiore quantità d’insulina, che è l’ormone necessario per consentire al glucosio di oltrepassare le membrane cellulari e arrivare all’interno delle cellule del corpo umano.

Si trovano sul mercato farmaci, che non agiscono sul pancreas per aumentare la produzione d’insulina, ma che servono a scaricare nelle urine l’eccesso di glicemia, che si trova nel sangue.

In caso di bisogno la terapia prosegue con le iniezioni d’insulina, quando, nonostante le pillole, non si raggiunge una quantità d’insulina sufficiente a fare oltrepassare le membrane cellulari a tutto il glucosio presente nel sangue.

Il glucosio, che dovesse rimanere nel sangue, si accumula e, quando supera i 180 mg/dl, è riversato nelle urine (glicosuria) ed eliminato.

Oggi si fa grande affidamento sulla “compensazione glicemica”, cioè si tende a dosare pillole e insulina in modo che la glicemia risultante nel sangue sia compresa tra 70 e 110 mg/dl.

Se si raggiunge questo risultato, si dice che il paziente è “compensato “ e che si ha la “compensazione glicemica”.

Ogni tre mesi si controlla il valore dell’”emoglobina glicosilata”, che indica come si è mantenuta la glicemia negli ultimi tre mesi.

L’emoglobina glicata o glicosilata si considera dipendente dalla glicemia media negli ultimi tre mesi.

L’uso della compensazione glicemica nella terapia diabetica è molto discutibile.

La compensazione glicemica non garantisce che il paziente raggiunga l’equilibrio nel mantenere il proprio peso corporeo sia come aumento incontrollato, sia come dimagrimento eccessivo.

Il paziente può dimagrire eccessivamente o aumentare il proprio peso corporeo, in particolare può sviluppare il cordone di massa grassa intorno all’ombelico, che è molto pericoloso per i guai di natura cardiaca.

La compensazione glicemica deve considerare anche il controllo dell’indice di massa corporea, che si può ridurre al controllo del peso corporeo, poiché l’altezza del paziente si può considerare circa costante tra i 20 e i 70 anni.

Il peso ottimale deve corrispondere al valore dell’indice di massa corporea uguale a 25, cioè il peso ottimale deve essere:

Peso (kg) = 25 * altezza2 (m) = 25* altezza (m)* altezza (m).

Una persona alta 1,75 m deve cercare di mantenere un peso corporeo di 25*1,75*1,75= 76,56 kg.

Il controllo del peso corporeo garantisce che i pazienti, che adottano la compensazione glicemica, non rimangano delusi dai risultati.

In alternativa alla “compensazione glicemica” occorre considerare la “compensazione energetica”, che consiste nel mantenere l’equilibrio energetico giorno per giorno tra le energie consumate durante la giornata e quelle immesse nell’organismo con i pasti.

L’organismo umano è una macchina, che sviluppa energia ed è alimentata dal cibo, che è ingerito durante i pasti.

Per agevolare il computo delle energie ingerite con i pasti, moltissimi anni fa, i medici hanno escogitato un metodo semplice per il calcolo delle energie ingerite con i pasti, cioè delle kilocalorie contenute nel cibo, che costituisce l’alimentazione giornaliera.

Si sono prese come riferimento le kilocalorie contenute in 50 grammi di pane integrale (100 Kcal) e questo contenuto energetico è stato assunto come unità di misura delle Kcal ingerite con i pasti.

Quest’unità di misura delle Kcal è stata denominata ”unità pane” (UP).

Le unità pane.

Ogni unità pane (UP) corrisponde a 100 Kcal.

Le KCal da assumere nella giornata, divise per 100, rappresentano il numero delle unità pane, che devono essere ingerite con i pasti durante la giornata.

Per determinare quante siano le energie da assumere per la giornata occorre fare riferimento all’energia consumata durante la giornata.

Al calcolo concorrono prevalentemente tre elementi:

1) Il metabolismo basale, che costituisce l’energia minima per compiere le funzioni vitali;

2) L’azione dinamica specifica, che è l’energia necessaria per digerire gli alimenti;

3) L’attività fisica.

Secondo i vari elementi si determina il numero di Kcal necessarie per equilibrare le Kcal consumate durante la giornata.

Generalmente il fabbisogno calorico nella giornata va da 1600 a 3000 Kcal.

In particolare, per es., un bambino ha bisogno di circa 1700 Kcal;

Un’adolescente di sesso femminile ha bisogno di circa 2100 Kcal;

Un adolescente si sesso maschile arriva a consumare 2600 Kcal;

Una persona, che fa vita sedentaria, ha bisogno di almeno 1800 Kcal;

Una persona, che svolge un lavoro leggero, ha bisogno di circa 2400 Kcal;

Una persona, che svolge un lavoro pesante, può anche superare le 3000 Kcal;

Un atleta, che fa sforzo prolungato, può anche superare le 10000Kcal il giorno.

Dividendo per 100 le Kcal giornaliere necessarie si ottiene il numero delle “unità pane” da immettere nell’organismo durante la giornata per equilibrare le Kcal consumate.

Ci deve essere equilibrio tra le energie consumate e le energie acquisite con i pasti.

Esistono nella letteratura medica e pubblicate in internet le tabelle, che considerano le Kcal apportate dai vari alimenti riferite alle rispettive quantità, che generalmente sono di 100 grammi.

È possibile associare a ciascun alimento un coefficiente in funzione del rapporto tra le Kcal fornite da 50 grammi di quell’elemento rispetto a 50 grammi di pane integrale, che rappresentano una UP.

Il coefficiente rappresenta per ciascun alimento il numero delle unità pane corrispondenti a 50 grammi di quell’alimento.

Per es., a 50 grammi di pasta cruda di semola di grano, che danno circa 150 Kcal, si associa un coefficiente 1.5, che indica che 50 grammi di pasta corrispondono a 1.5 “unità pane” (UP).

Ciò significa che 100 grammi di pasta cruda di semola sono considerati come 3 UP.

Alla pasta di semola cotta si associa un coefficiente di 0.7, cioè 50 grammi di pasta cotta sono 0.7 unità pane (UP).

100 grammi di pasta cotta sono 1.4 UP.

Elenchiamo gli alimenti in ordine per unità pane crescenti e riferite a 50 grammi di alimento.

Unità pane in ordine crescente.

0.1 Ortaggi; 0.2 Latte e frutta anche spremuta; 0.3 Crostacei, latte, uova e vino; 0.4 Crostacei e pesci; 0.5 Pesci e carne da arrosto; 0.6 Carne; 0.7 Carne di spalla, pollo, uova; 0.8 Carne da arrosto, pollo arrosto, uovo intero; 0.9 Salsiccia e coscia di pollo, sgombro; 1.0 Lingua, castagne, pane integrale, salmone; 1.1 Mozzarella, tonno e anatra; 1.2 Pane, carne, prugne e fichi secchi; 1.3 Formaggi, fagioli, salsiccia; 1.4 Legumi, salmone affumicato; 1.5 Panna, salsiccia di maiale; 1.6 Lenticchie, miele, fontina; 1.7 Fecole, mortadella, braciole; 1.8 Olive, gorgonzola, provolone; 1.9 Bel paese, prosciutto crudo, parmigiano, Emmental; 2.0 Muesli; 2.1 Gruviera, zucchero; 2.2 Wisky; 2.3 Mascarpone; 2.9 Mandorle, arachidi; 3.0 Pistacchio; 3.1 Pancetta affumicata; 3.2 Nocciole; 3.3 Noci; 3.4 Pinoli; 3.6 Margarina; 3.8 Burro, Maionese; 4.3 Pancetta; 4.5 Oli, strutto;

   Unità pane per generi di alimenti.

Elenchiamo gli alimenti di uso comune, indicando il numero di unità pane per 50 grammi di tali alimenti con l’avvertenza che i valori indicati sono puramente indicativi non essendo stato possibile verificare la rispondenza alla realtà, data la mancanza di riferimenti alle fonti e la variabilità dei dati per ogni singolo elemento in natura.

Per es., per la pasta all’uovo manca il riferimento alla composizione, cioè possono variare il peso della farina e il peso delle uova, per cui il valore indicato deve intendersi come un valore medio, che costituisce un valido riferimento.

Bevande, acqua, vino, tè, caffè: 0,0 Acqua naturale, 0,3 Acqua tonica, 0,2 Birra leggera, 0,3 Birra forte, 0,0 Caffè, 0,0 Camomilla, 0,4 Champagne, 2,1 Chinotto, 1,9 Coca Cola, 2,0 Fanta Aranciata, 0,5 Gatorade, 0,3 Latte di mandorla, 1,2 Red Bull, 0,6 Sherry secco, 0,4 Spumante secco, 0,0 Tè verde, 0,3 Vino bianco, 0,3 Vino bianco secco, 0,3 Vino rosso, 0,3 Vino rosso secco, 1,1 Vodka, 2,2 Whisky,

Carne: 0.8 Abbacchio, 1,4 Agnello, 1,1 Anatra, 0,8 Arrosto (carne bovina), 0,6 Arrosto (carne di vitello), 0,6 Braciola (carne di vitello), 1,7 Braciola (carne ovina), 0,8 Braciola (carne suina), 1,6 Cappone, 0,6 Capretto, 0,5 Carne di cavallo, 0,6 Cinghiale, 0,7 Coniglio, 0,7 Coscia (carne bovina), 0,5 Coscia (carne di vitello), 1,2 Coscia (carne ovina), 1,4 Coscia (carne suina), 0,9 Coscia di pollo con pelle, 0,6 Coscia di pollo senza pelle, 1,6 Cotoletta alla milanese, 1,0 Cotoletta, 0,6 Cuore (carne bovina), 0,6 Cuore (carne di vitello), 0,8 Cuore (carne ovina), 0,4 Cuore (carne suina), 0,7 Fagiano, 0,8 Faraona, 0,6 Fegato (carne bovina), 0,7 Fegato (carne di vitello), 0,7 Fegato (carne ovina), 0,7 Fegato (carne suina), 0,6 Filetto (carne bovina), 0,5 Filetto (carne di vitello), 0,6 Filetto (carne ovina), 0,5 Filetto (carne suina), 1,4 Kebab, 4,1 Lardo, 0,6 Lepre, 1,0 Lingua (carne bovina), 0,6 Lingua (carne di vitello), 1,0 Lingua (carne ovina), 1,0 Lingua (carne suina), 0,3 Lumache, 1,1 Macinato (carne bovina), 1,4 Macinato (carne suina), 1,6 Maiale grasso, 0,8 Maiale macro, 1,4 Manzo grasso, 0,6 Manzo magro, 0,7 Manzo salato, 1,7 Oca, 0,9 Ossobuco, 1,2 Paté d’oca,

1,2 Petto (carne bovina), 0,6 Petto (carne di pollo), 0,7 Petto (carne di vitello), 1,0 Pollo, 1,2 Pollo arrosto, 1,3 Pollo da brodo, 0,8 Quaglia, 0,7 Roastbeef, 0,6 Rognone (carne di vitello), 0,5 Rognone (carne suina), 1,5 Salsiccia di maiale, 0,9 Salsiccia di pollo, 1,3 Salsiccia di vitello, 0,5 Scaloppina (carne di vitello), 0,7 Scaloppina (carne ovina), 0,5 Scaloppina (carne suina), 0,8 Spalla (carne bovina), 1,4 Spalla (carne suina), 0,5 Stinco (carne di vitello), 0,9 Stinco (carne suina), 1,1 Tacchino adulto, 0,5 Trippa, 0,9 vitello grasso, 0,6 Vitello magro,

Cereali, pane, pasta e prodotti da forno: 1,4 Baguette, 2,3 Biscotti frollini, 2,3 Biscotti integrali,

1,6 Biscotti all’uovo, 1,8 Cous cous, 2,2 Cracker integrali, 2,3 Cracker, 0,9 Crusca di grano,

1,7 Farina di mais integrale, 1,6 Farro, 1,7 Fecola di mais, 1,7 Fecola di patate, 2,0 Fette biscottate,

1,8 Fiocchi di avena, 1,7 Grissini, 2,1 Lingue di gatto (biscotti), 1,6 Orzo, 1,2 Pane al latte, 1,2 Pane bianco, 1,1 Pane cassetta, 1,0 Pane integrale di grano, 1,2 Pane tipo 00, 0,7 Panino rosetta, 1,4 Pasta alimentare, 0,6 Pasta alimentare (cotta), 1,5 Pasta all’uovo,0,6 Pasta all’uovo (cotta), 0,7 Pasta di semola (cotta),0,6 Pasta integrale (cotta), 2,3 Pasta sfoglia, 1,1 Pizza Margherita, 0,6 Riso (cotto), 0,5 Riso integrale (cotto), 0,7 Spaghetti,

Crostacei e molluschi: 0,4 Aragosta, 0,4 Astice, 0,3 Calamari, 0,5 Capesante, 0,3 Cozze,

0,4 Gamberetti, 0,3 Gamberi, 0,4 Mazzancolle, 0,3 Ostriche, 0,2 Polpo, 0,5 Riccio di mare,

0,3 Scampi, 0,4 Seppia, 0,4 Totani, 0,3 Vongole,

Dolci: 2,3 Amaretti, 1,3 Babà al rum, 1,5 Bavarese, 1,9 Bignè alla crema, 2,0 Bombolone,

1,7 Brioche, 2,0 Brioche alla cioccolata, 2,0 Brioche alla crema, 1,9 Brioche alla marmellata,

1,8 Brioche vuota, 2,6 Canestrelli, 2,3 Cantuccini, 1,1 Cassata siciliana, 2,6 Cioccolato al latte,

2,9 Cioccolato alle nocciole, 2,7 Cioccolato bianco, 2,6 Cioccolato fondente, 2,0 Colomba pasquale,

3,3 Crema Chantilly, 1,5 Crema pasticcera, 0,9 Creme caramel, 2,4 Croccante, 1,7 Crostata di frutta, 0,9 Gelato al latte, 0,6 Ghiacciolo, 1,0 Marmellata, 2,5 Marzapane, 2,1 Pandoro, 1,8 Panettone, 2,2 Panforte, 1,8 Panna cotta, 2,3 Pasta brisè, 2,4 Pasta di mandorle, 2,2 Pasta frolla, 1,9 Strudel, 1,9 Tiramisù, 2,5 Torrone, 2,3 Wafer.

Dolcificanti: 2,0 Aspartame, 1,5 Fruttosio, 1,5 Miele, 1,4 Sciroppo d’acero, 2,1 Zucchero bianco, 2,0 Zucchero grezzo,

Frutta fresca, succhi di frutta e spremute: 0,2 Albicocca, 0,2 Ananas fresco, 0,3 Ananas in scatola.

0,1 Anguria, 0,2 Arancia, 0,1 Succo d’arancia, 0,2 Aranciata, 1,0 Avocado, 0,5 Banana, 0,3 Ciliegia,

0,2 Cocomero, 0,3 Fico, 0,3 Kiwi, 0,2 Lamponi, 0,2 Limone, 0,2 Mandarini, 0,3 Mango, 0,3 Mela,

0,2 Mirtilli, 0,2 More, 0,2 Papaya, 0,3 Pera, 0,2 Pesca, 1,8 Polpa di cocco, 0,2 Pompelmo, 0,3 Prugna, 0,2 Ribes, 0,2 Spremuta d’arancia, 0,2 Spremuta di pompelmo, 0,4 Uva,

Frutta secca, ortaggi secchi: 2,9 Arachidi, 1,0 Castagne, 1,4 Datteri secchi, 1,2 Fico secco, 2,8 Mandorle, 3,2 Nocciole, 3,0 Noci, 3,4 Pinoli, 3,0 Pistacchio, 0,6 Porcino secco, 1,2 Prugna secca, 1,4 Uva secca,

Latte, yogurt e formaggi: 1,9 Bel Paese, 1,6 Brie, 1,5 Caciotta, 1,4 Camembert, 1,1 Crescenza,

1,9 Emmental, 1,6 Fontina, 1,8 Formaggio di Capra, 1,3 Formaggio fresco, 1,6 Formaggio grana,

1,8 Gorgonzola, 2,0 Gruviera, 0,3 Latte intero, 0,2 Latte parzialmente scremato, 0,2 Latte scremato,

0,2 Latte non pastorizzato, 2,3 Mascarpone, 1,3 Mozzarella di bufala, 1,1 Mozzarella di mucca,

1,9 Parmigiano, 1,5 Pecorino, 1,1 Pecorino fresco, 1,8 Provolone, 0,7 Ricotta di mucca, 1,0 Ricotta di pecora, 1,4 Taleggio, 0,4 Yogurt frutta, 0,3 Yogurt intero, 0,2 Yogurt magro, 0,2 Yogurt naturale,

Legumi: 1,3 Fagioli secchi, 1,6 Lenticchie, 1,4 Piselli secchi,

Olio, burro, margarina, condimenti: 0.0 Aceto, 0,9 Besciamella, 1,9 Bottarga, 3,8 Burro, 4,5 Burro fuso, 1,5 Corn flakes, 0,9 Dado per brodo, 0,5 Ketchup, 3,6 Maionese, 3,6 Margarina vegetale, 2,0 Muesli, 4,5 Olio di cocco, 4,0 Olio di oliva, 4,5 Olio di palma, 4,0 olio di semi, 4,5 Olio vegetale, 1,8 Olive nere in salamoia, 0,7 Olive verdi in salamoia, 1,1 Panna da cucina, 1,5 Panna dolce, 4,5 Strutto di maiale,

Ortaggi: 0,7 Aglio, 0,1 Asparagi, 0,2 Barbabietola, 0,1 Broccoli, 0,1 Carciofo, 0,1 Carota,

0,1 Cavolfiore, 0,2 Cavolini di Bruxelles, 1,4 Ceci, 0,1 Cetriolo, 1,7 Chicchi di mais, 0,1 Cicoria, 0,1 Cipolla, 0,4 Fagioli verdi, 0,2 Fagiolini verdi, 0,1 Finocchio, 0,2 Fragola, 0,1 Funghi freschi, 0,4 Funghi secchi, 0,1 Lattuga, 0,5 Mais in scatola, 0,1 Melanzana, 0,3 Melone, 0,4 Patate, 0,1 Peperone, 0,3 Piselli freschi, 0,1 Pomodoro, 0,1 Porcino fresco, 0,1 Porro, 0,1 Ravanelli, 0,1 Sedano, 2,9 Semi di zucca, 1,6 Soia, 0,1 Spinaci freschi, 0,3 Tartufo, 0,1 Verza, 0,1 Zucca, 0,1 Zucchine,

Pesce: 0,5 Acciuga, 1,0 Aringa, 0,5 Branzino, 0,6 Carpa, 0,4 Dentice, 0,4 Filetti di merluzzo, 0,4 Luccio, 0,4 Merluzzo, 0,5 Nasello, 0,6 Orate, 0,4 Pesce Persico, 0,6 Pesce spada, 0,8 Ricciola,

1,4 Salmone affumicato, 1,0 Salmone, 0,6 Sardina, 0,9 Sardine in scatola, 0,5 Scorfano,

0,9 Sgombro, 0,4 Sogliola, 0,4 Stoccafisso, 1,1 Tonno sott’olio, 0,5 Tonno al naturale,0,6 Triglia,

0,7 Trota affumicata, 0,5 Trota di fiume,

Prodotti di cucina: 0,0 Brodo magro, 0,6 Carpaccio, 1,6 Cheesecake, 0,7 Gnocchi di patate, 0,8 Gnocchi di semolino, 1,8 Insalata russa, 0,6 Involtino, 0.3 Minestra, 2,2 Patate fritte, 2,5 Pesto, 1,7 Polenta, 2,0 Popcorn, 0,5 Ragù bolognese, 0,3 Salsa di pomodoro, 0,3 Salsa di soia, 3,1 Salsa rosa, 0,5 Salsa tartara, 4,0 Salsa tonnata, 1,6 Semolino di grano, 1,8 Semolino, 0,0 Sottaceti, 0,1 Succo di pomodoro scondito, 1,3 Tortellini freschi, 1,1 Zabaione,

Salumi: 0,8 Bresaola, 2,0 Coppa, 2,0 Cotechino, 1,6 Mortadella, 3,1 Pancetta affumicata, 4,3 Pancetta, 2,0 Porchetta, 1,0 Prosciutto cotto, 1,9 Prosciutto crudo, 2,0 Salame (tipo Milano), 2,1 Salame, 1,2 Salami di manzo, 2,0 Soppressata, 1,5 Speck, 1,3 Wurstel, 1,5 Zampone,

Uova: 0.2 Albume, 1.6 Tuorlo, 0,8 Uovo intero,

Alcuni esempi applicativi.

Colazione:

Latte parzialmente scremato 250 g; 250/50*0.2= 1.0 UP

Biscotti per il latte (frollini, integrali) 50 g; 50/50*2.3= 2.3 UP

Caffè (con un cucchiaino di zucchero) = 5/50*2.1= 0.2 UP

Totale unità pane a colazione = 1.0+2.3+0.2= 3.5 UP

Spuntino:

Un frutto (mela, pera, …) 150 g; 150/50*0.3= 0.9 UP

Pranzo:

Pasta (a crudo) 80 g; 80/50*1.4= 2.24 UP

Carne (bovina arrosto) 100 g; 100/50*0.8= 1.6 UP

Insalata 50 g; 50/50*0.1= 0.1 UP

Pane integrale 100 g; 100/50*1.0= 2.0 UP

Frutta (mela, pera, …) 150 g; 150/50*0.3= 0.9 UP

Vino rosso 100g; 100/50*0.3= 0.6 UP

Acqua 250 g; 250/50*0.0= 0.0 UP

Dolce (crostata alla frutta) 50 g; 50/50*1.7= 1.7 UP

Totale unità pane a pranzo = 2.24+1.6+0.1+2.0+0.9+0.6+1.7= 7.44 UP

Merenda:

Tè verde (una tazza con due cucchiaini di zucchero) 125g= 10/50*2.1= 0.4 UP

Biscotti 50g; 50/50*2.3= 2.3 UP

Frutta 150g; 150/50*0.3= 0.9 UP

Totale merenda =2.3+0.9= 3.6 UP

Cena:

Minestra 200g= 200/50*0.3= 1.2 UP

Pesce 150g; 150/50*0.5= 1.5 UP

Insalata 50g; 50/50*0.1= 0.1 UP

Pane integrale 100 g; 100/50*1.0= 2.0 UP

Frutta (mela, pera, …) 150 g; 150/50*0.3= 0.9 UP

Vino rosso 100g; 100/50*0.3= 0.6 UP

Acqua 250 g; 250/50*0.0= 0.0 UP

Dolce (crostata alla frutta) 50 g; 50/50*1.7= 1.7 UP

Totale cena = 1.2+1.5+0.1+2.0+0.9+0.6+1.7= 8 UP

Totale unità pane nella giornata:3.5+0.9+7.44+3.6+8= 23.44 UP

Il pasto della giornata fornisce 2344 Kcal.

I pasti dovrebbero prevedere il 20% di Kcal a colazione, il 5% allo spuntino di metà mattina, il 40% a pranzo, il 5% allo spuntino di metà pomeriggio, il 30% a cena.

I pasti dovrebbero contenere il 60% di carboidrati, il 15% – 20% di proteine e il 20% – 25% di grassi.

Può sembrare strano considerare i dolci nell’alimentazione dei pazienti diabetici.

Le Kcalorie fornite dai dolci sono state considerate nel totale della Kcalorie della giornata.

Le insuline rapide moderne agiscono entro 10 minuti dall’iniezione.

Se l’iniezione si pratica mezzora prima del pasto, va a finire che l’insulina entra in azione 20 minuti prima di iniziare a mangiare, con possibile ipoglicemia.

L’insulina rapida deve essere iniettata subito dopo il pasto, anche 10 o 20 minuti dopo, e i dolci servono per avere subito disponibile una certa quantità di glucosio da elaborare.

Può capitare che la digestione del pasto possa iniziare qualche tempo dopo, per es., in caso di consumazione di pesce azzurro, che è ricco di omega3 ma che per alcuni pazienti può essere scarsamente digeribile e in tal caso i dolci servono a fornire glucosio in modo da non andare in ipoglicemia postprandiale.

Comunque è bene abituarsi a prendere il caffè senza zucchero.

Diabete. Dieta, pillole e insulina.

Il diabete è una malattia cronica, che affligge sempre un maggior numero di persone.

Il diabete è una malattia, per la quale non è prevedibile una guarigione.

Si può solo cercare di mitigare gli effetti della malattia e di ritardare le complicanze tardive, che sono molto pericolose.

La malattia è caratterizzata dalla presenza di una quantità di glucosio nel sangue maggiore di quella, che si riscontra nelle persone sane.

Nelle fasi iniziali la terapia prevista, prevede la dieta, che comporta una riduzione dei carboidrati (zuccheri) ingeriti con i pasti.

In seguito la malattia presenta un certo aggravamento e i medici prescrivono pillole ipoglicemizzanti, che riducono la glicemia, cioè la quantità di glucosio presente nel sangue.

Quando le pillole non riescono a controllare efficacemente la glicemia, i medici prescrivono le iniezioni d’insulina da fare prima dei pasti.

Il diabete, con il passare del tempo, è caratterizzato dalle complicanze tardive con guai molto seri a carico del cuore, delle arterie, della vista, etc.

La terapia in atto per il diabete è rivolta a ritardare il più possibile le complicanze tardive.

L’evoluzione storica del diabete e tutta qui.

Il paziente diabetico è destinato a passare tutta una serie di guai, che lo porteranno a peggiorare il proprio stato di salute.

Ci si pone la domanda: “È possibile migliorare la terapia del diabete?”

Per rispondere a questa domanda occorre approfondire il trattamento terapeutico riservato al paziente diabetico e vedere se ci sono possibilità di miglioramento della terapia.

La cura del diabete oggi si basa sulla “compensazione glicemica”.

La compensazione glicemica, cioè la compensazione del glucosio che è presente nel sangue, consiste nel controllo abbastanza continuo della glicemia e nel tentativo di mantenerla sotto controllo, per es. tra 70 e 110 mg/dl.

Una quarantina di anni fa un mio amico, al quale era stato diagnosticato il diabete, chiese consiglio a un suo parente, che faceva il medico a Milano.

Il medico gli diede un libro dalla copertina rossa, edito a Bologna, scritto da un autore statunitense, dal titolo “Il diabete mellito” e gli disse: “Comincia a leggere, perché solo la cultura ti può aiutare a capire la tua malattia”.

In questo libro si trattava della dieta.

La particolarità era che si assumeva una certa quantità di pane (circa 50 grammi) come “unità pane”.

L’unità pane aveva un peso (50 grammi) e un contenuto di KiloCalorie (Kcal), 100 Kcal.

Moltissimi cibi erano elencati in base al loro peso corrispondente all’unità pane, assunta come unità di misura.

Per indirizzare il paziente diabetico a controllare la quantità di cibo da ingerire con i pasti, si stabiliva una certa quantità di Kcal da assumere ai pasti in base all’energia spendibile durante la giornata e in particolare in base al lavoro, che il paziente era chiamato a fare.

In base al consumo di Kcal giornaliero si stabiliva il numero delle unità pane da assumere con i pasti.

Durante la giornata una persona, che fa vita sedentaria o un lavoro molto leggero, consuma circa 1800 Kcal, che è la quantità di Kcal che la persona deve assumere con i pasti giornalieri.

Le energie che si consumano durante la giornata devono corrispondere alle energie che si assumono con i pasti.

In tal caso si ha la “compensazione energetica”.

Per ciascun pasto il paziente diabetico deve ingerire il numero di unità pane corrispondenti alle Kcal previste per quel pasto.

Una persona che fa un lavoro non molto faticoso può consumare circa 2400 Kcal durante la giornata.

Una persona che fa un lavoro molto faticoso, con grande dispendio di energie, consuma circa 2800 Kcal al giorno.

Essendo l’unità pane uguale a 100 Kcal, il calcolo delle unità pane è facile, perché basta dividere per 100 il numero delle Kcal giornaliere necessarie per la compensazione energetica.

A 1800 Kcal corrispondono 18 unità pane, a 2400 Kcal corrispondono 24 unità pane e a 2800 Kcal corrispondono 28 unità pane.

La mattina il paziente, che fa colazione con 250 grammi di latte e due biscotti per il latte, consuma 3 unità pane.

Se il paziente aggiunge un caffè zuccherato con una bustina di zucchero, le unità pane salgono a 4.

In genere la mattina occorre consumare il 15% delle unità pane giornaliere, a pranzo circa di 45% delle unità pane e a cena il restante 40% delle unità pane.

Il sistema, che si basa sulle unità pane, consente di controllare in modo agevole le Kcal, che s’immettono nell’organismo con i pasti.

Con le “unità pane”’l’autore ha introdotto un sistema per rendere facile il controllo energetico dei pasti corrispondente all’attività, all’energia spendibile durante il giorno.

Se il paziente supera le unità pane previste per la giornata, assume più energia di quella che consuma, e il sovrappiù finisce per accumularsi sotto forma di grasso.

Se il paziente mangia di meno, si mantiene energeticamente più basso di quello che consuma e dimagrisce.

Occorre sforzarsi di conseguire la compensazione energetica con una certa costanza resa più facile dall’abitudine.

Oggi la compensazione energetica, tuttora validissima, è stata sostituita con la “compensazione glicemica”.

I motivi di questa sostituzione non sono molto chiari.

La compensazione glicemica non garantisce la corrispondenza tra energia spendibile con il lavoro ed energia disponibile acquisita con i pasti.

Un paziente, chiaramente obeso, uscì dall’ambulatorio, dove aveva sostenuto una visita con il diabetologo, tutto euforico, gridando: “Me li posso mangiare.” “Me li posso mangiare 150 grammi di pasta “. “Il dottore mi ha detto che me li posso mangiare.”

Chiaramente il paziente doveva aumentare la quantità d’insulina da iniettare, con il risultato di aumentare ancora la sua obesità.

Avendo aumentato il dosaggio dell’insulina, la glicemia è stata compensata, ma l’eccesso di cibo non necessario è andato a rimpinguare l’adipe già di per sé abbondante.

La compensazione glicemica può avere significato soltanto se è associata al controllo dell’Indice di Massa Corporea, che è il rapporto tra il peso corporeo in Kg e il quadrato dell’altezza misurata in metri.

L’Indice di Massa Corporea non deve superare il valore di 25, perché in tal caso si è in sovrappeso.

L’energia assunta con i pasti deve essere uguale o molto vicina all’energia spendibile, consumabile durante la giornata con il lavoro, le attività hobbistiche, e tutte le attività, che comporta il vivere.

La compensazione glicemica è meno affidabile, meno controllabile della compensazione energetica e comporta rischi maggiori per la salute del paziente diabetico.

Poiché l’altezza del paziente si può ritenere constante dai 20 ai 70 anni, l’Indice di Massa Corporea può essere controllato attraverso il peso corporeo.

Per es., un paziente che è alto 1.75 metri, per avere un Indice di Massa Corporea di 25 deve avere un peso uguale a 25*altezza2 = 25 * altezza * altezza = 76.56 kg.

Controllando che il peso corporeo per un paziente alto 1.75 metri non superi i 77 kg, si controlla automaticamente che l’Indice di Massa Corporea non superi 25 e non si vada in sovrappeso.

Quando si ricorre alla compensazione glicemica, è fondamentale controllare il peso del paziente.

La compensazione energetica è più facile e sicura rispetto alla compensazione glicemica.

La glicemia varia durante la giornata e il paziente non è in grado di capire facilmente come sta andando la sua malattia.

Ogni tre mesi il paziente può fare l’esame dell’emoglobina glicata e il medico può controllare grosso modo com’è andato nel periodo di tre mesi appena trascorso.

Permangono forti dubbi che la compensazione glicemica sia idonea a controllare al meglio la malattia diabetica.

Allo stesso modo è criticabile tutta la gestione terapeutica del paziente diabetico.

Occorre fare chiarezza su quello che accade al paziente diabetico nel corso della terapia consigliata dal medico.

Il medico ha a disposizione tre strumenti terapeutici: la dieta, le pillole ipoglicemizzanti e l’insulina.

All’inizio il medico prescrive la dieta.

Si nota una forte limitazione dei carboidrati (zuccheri), pane e pasta in particolare, con l’esclusione dei dolciumi.

In tal modo si limitano le Kcal e gli zuccheri ingeriti con i pasti.

La dieta, che limita l’apporto dei carboidrati, ha un grave difetto.

Ci si chiede se la dieta è in grado di apportare tutte quelle calorie che sono necessarie per bilanciare quelle consumate durante la giornata.

I medici prescrivono la dieta e non si chiedono se la dieta possa fornire quelle calorie che è necessario spendere durante la giornata.

Il diabetico, che è sottoalimentato in questo caso, dimagrisce e va incontro a peggioramenti nella patologia.

Sappiamo che i cibi che immettiamo nel nostro organismo con i pasti, sono elaborati, trasformati e resi idonei a essere assimilati dalle cellule, che formano tutto l’organismo umano.

Le cellule dell’organismo si nutrono assumendo una sola sostanza, il glucosio.

I carboidrati (pane, pasta, dolci), i protidi (carne, pesce) e i lipidi (olio, lardo, grasso animale, burro) sono tutti trasformati in glucosio.

Le cellule sono rivestite da membrane e il glucosio deve attraversare queste membrane per passare all’interno delle cellule.

Per attraversare le membrane cellulari occorre la presenza di un ormone, che si chiama insulina.

L’ormone insulina è prodotto dal pancreas sotto lo stimolo della glicemia presente nel sangue ed è immesso nel sangue in modo che possa raggiungere tutte le cellule, consentendo al glucosio di oltrepassare le membrane cellulari e nutrire le cellule.

La glicemia s’innalza per le sostanze ingerite con i pasti, il pancreas secerne l’ormone insulina e, in presenza d’insulina, il glucosio oltrepassa le membrane cellulari e nutre le cellule dell’organismo.

Ragioniamo su questo fenomeno, che è fondamentale, perché se non si nutrono le cellule, l’organismo muore.

Supponiamo che a seguito del pasto ci sia stato un innalzamento della glicemia, per cui occorre la presenza di una certa quantità d’insulina nel sangue.

Supponiamo che occorra una quantità d’insulina di 50 unità, per fare oltrepassare le membrane cellulari a tutto il glucosio presente nel sangue.

Le persone sane, sotto lo stimolo della glicemia, sono in grado di avere la quantità d’insulina necessaria, secreta dal pancreas.

Le persone diabetiche sono tali perché la quantità d’insulina secreta dal loro pancreas non è sufficiente per consentire a tutto il glucosio di oltrepassare le membrane cellulari e nutrire le cellule.

Supponiamo che il paziente diabetico possa avere 46 unità d’insulina a fronte delle 50 unità necessarie.

Ciò significa che non tutto il glucosio presente nel sangue passerà le membrane cellulari e che una certa parte di glucosio rimarrà nel sangue.

Per questo motivo la glicemia aumenta.

Se la glicemia dovesse superare i 180 mg/dl circa le reni, mediante la glicosuria verseranno nelle urine la quantità di glucosio in eccesso.

La glicemia rimarrà almeno di 180 mg/dl.

Il medico capirà che occorre fare una certa dieta e darà le necessarie indicazioni sulla composizione della dieta.

Le 50 unità d’insulina che erano necessarie senza la dieta, si ridurranno, supponiamo, a 45 unità.

Il paziente che ha le 45 unità, trova profitto dalla dieta e controlla bene la glicemia, per cui tutto il glucosio può attraversare le membrane cellulari e non ci sono problemi.

Le cose si complicano se il paziente invece di avere le 46 unità d’insulina, ha  40 unità d’insulina.

La dieta riduce le calorie immesse nell’organismo, ma non può ridurle più di tanto, perché occorre comunque assicurare l’energia necessaria per vivere.

Se durante la giornata il paziente ha bisogno di 45 unità d’insulina, come minimo, è chiaro che la sola dieta non basta.

Se il paziente ha 40 unità d’insulina, è chiaro che tutte le Kcal immesse nell’organismo con i pasti non possono passare nelle cellule, ma solo una loro parte.

La parte di Kcal che può nutrire le cellule dell’organismo è inferiore a quella disponibile nel sangue.

Non tutto il glucosio disponibile nel sangue può oltrepassare le membrane cellulari e rimane nel sangue.

È come se il paziente che mangia 50 grammi di pasta ne può utilizzare solo 30 grammi perché non ha l’insulina necessaria per utilizzare tutti i 50 grammi di pasta, ma solo 30 grammi.

È come se il paziente mangiasse soltanto 30 grammi di pasta, invece dei 50 grammi, che, in effetti, ha mangiato.

In questo caso il paziente non assume con i pasti tutte le Kcal di cui ha bisogno e non può fare altro che dimagrire.

Il dimagrimento, che è tipico del diabetico, sta a indicare che il paziente non ha la quantità minima d’insulina necessaria per nutrire le cellule, per cui il paziente non assimila tutto il cibo necessario, non utilizza tutta la quantità necessaria di cibo, trasformato in glucosio, e dimagrisce. perché è sottoalimentato.

Il dimagrimento indica che il paziente non ha la quantità minima d’insulina necessaria per nutrire l’organismo.

In questo caso il medico prescrive in aggiunta alla dieta anche le pillole ipoglicemizzanti.

Le pillole ipoglicemizzanti spingono il pancreas a secernere più insulina.

Se il pancreas stimolato dalle pillole può fornire le 45 unità d’insulina necessarie, si può raggiungere la compensazione della glicemia e il paziente è “compensato”.

Può darsi il caso che il pancreas del paziente, sia pur stimolato dalle pillole ipoglicemizzanti, non riesca a produrre la quantità necessaria d’insulina.

Se il fabbisogno è di 45 unità d’insulina e il pancreas stimolato può produrre al massimo 40 unità d’insulina, nonostante le pillole, le cose non vanno bene.

Non c’è la quantità minima d’insulina necessaria per consentire al glucosio presente nel sangue di oltrepassare le membrane cellulari e nutrire le cellule, per cui una parte del glucosio rimane nel sangue e, se la glicemia supera 180 mg/dl, la parte eccedente è espulsa con le urine (glicosuria).

Se il paziente assume con i pasti il cibo necessario a compensare le energie spese durante la giornata, ma non ha tutta l’insulina necessaria per elaborare il glucosio e nutrire le cellule, è chiaro che il paziente, nonostante le pillole, non assimila tutto quello che ha mangiato e non è compensato, per cui egli dimagrisce.

Il dimagrimento diventa notevole perché il paziente non riesce a mettere a frutto quello che ha mangiato e non raggiunge le quantità minime di energia necessarie per bilanciare le energie spendibili per vivere.

A questo punto è il medico che deve cambiare immediatamente la terapia e passare alle iniezioni d’insulina.

L’insulina da iniettare è solo quella che manca al paziente per raggiungere l’equilibrio energetico e quindi anche quello glicemico.

Se il pancreas può fornire 40 unità d’insulina e ne servono 45 è chiaro che, per raggiungere l’equilibrio, occorre iniettare 5 unità d’insulina.

Il paziente è in genere restio a iniettare insulina, perché vede le iniezioni d’insulina come una schiavitù, e, se il medico tarda a convincerlo, il paziente va incontro a guai molto seri.

La mancanza di compensazione non solo è causa del dimagrimento ma produce anche tutta una serie di complicanze, molto gravi, cui va incontro il paziente.

Ci possono essere danni agli occhi, con danneggiamento della retina e necessità d’intervento con il laser.

Ci possono essere danni al cuore con possibilità d’ischemia, cioè di scarsa irrorazione sanguigna del muscolo cardiaco, con conseguenze disastrose come l’infarto.

Ci possono essere danni ai nervi, la cosiddetta neuropatia diabetica.

Ci possono essere incrostazioni nelle arterie con conseguente aterosclerosi.

Ci può essere tutta una serie di complicanze dovute alla scarsa compensazione sia energetica sia glicemica.

Quando necessarie occorre passare al più presto alle iniezioni d’insulina per immettere nell’organismo la quantità d’insulina necessaria, che è mancante perché non prodotta dal pancreas.

Com’è stato suesposto è evidente che non è la volontà del medico o quella del paziente che sceglie la terapia tra dieta, pillole e insulina.

Sono le condizioni oggettive dello stato del pancreas del paziente, che impongono la dieta, se la mancanza d’insulina è minima.

Si rendono necessarie le pillole ipoglicemizzanti se il pancreas stimolato dalle pillole può fornire tutta l’insulina necessaria.

Se il pancreas, per quanto stimolato dalle pillole, non può fornire tutta l’insulina necessaria, occorre passare subito a iniettare quella quantità d’insulina, che manca per completare il fabbisogno d’insulina.

Si tratta di poche unità d’insulina, che aggiunte a quelle prodotte dal pancreas rendono possibile il nutrimento delle cellule e quindi escludere tutte quelle sofferenze legate all’insufficiente nutrimento delle cellule.

Questo è quello che è necessario fare per la terapia del paziente diabetico.

I guai sorgono da altre considerazioni.

Il paziente diabetico deve tenere un livello glicemico leggermente superiore a quello delle persone sane.

Questo perché se il livello glicemico si abbassa c’è una certa difficoltà a ossigenare il sangue e quindi a fornire ossigeno alle cellule.

In regime di scarsezza di ossigeno, nell’elaborazione del glucosio, in quella che si chiama la glicolisi, il glucosio è soggetto a tutta una serie di reazioni chimiche, o meglio biochimiche, e al termine si forma il piruvato.

Dal piruvato le persone sane formano normalmente una sostanza, che si chiama Acetil-Coenzina A (AcetilCoA), mentre il diabetico oltre all’AcetilCoA forma una certa parte di lattato, che è uno ione dell’acido lattico, cioè è l’acido lattico che ha perduto uno ione H+ (un protone).

Il lattato dovrebbe andare al fegato, dove mediante la gluconeogenesi è riconvertito in glucosio e rimesso nel sangue.

Le cose non vanno così semplicemente, perché con la glicemia alta si ha la glicolisi, e si fabbrica altro lattato, mentre la gluconeogenesi non può avere luogo, perché la gluconeogenesi è incompatibile con la glicolisi e ha luogo quando la glicemia è bassa o molto bassa e questo è raro che possa avvenire nel paziente diabetico, se non in caso d’ipoglicemia dovuta a insufficiente alimentazione in presenza d’insulina o di pillole ipoglicemizzanti.

C’è da dire che le pillole ipoglicemizzanti hanno anche effetti secondari non trascurabili.

Per es., uno dei farmaci più usati sotto forma di pillole ipoglicemizzanti è capace se non di inibire, di limitare la gluconeogenesi.

Questo effetto secondario è molto grave, perché consente al lattato di rimanere nel sangue.

Il lattato è tossico e se incontra il sodio, è capace di formare il lattato di sodio, che può essere eliminato con le urine e in parte con il sudore.

Il lattato di sodio è usato come conservante nel commercio della carne e del pesce.

Le urine hanno quell’odore caratteristico, che si avverte quando si mangia la carne o il pesce.

C’è da osservare che il lattato sottrae sodio all’equilibrio sodio-potassio e la cosa è aggravata dalle pillole per il controllo della pressione, le pillole antiipertensive, che possono aumentare il potassio nel sangue, per cui è alterato l’equilibrio sodio-potassio.

La conseguenza è che i muscoli possono risentire del difetto di sodio e dare luogo a effetti crampiformi.

Occorre che i medici controllino gli effetti indesiderati delle pillole antiipertensive, per il controllo della pressione, avvertendo i pazienti degli spiacevoli effetti secondari, cui possono andare incontro.

Un altro farmaco antiipertensivo rilascia ioni di calcio, che andando in giro in modo incontrollato nel sangue possono dare origine a effetti indesiderati.

Altri farmaci hanno effetti beta bloccanti, ace inibitori, etc.

Altri farmaci possono indebolire le pareti dei vasi e creare emorragie.

Sono tutti effetti che i medici devono ben valutare attentamente prima di prescrivere farmaci ai pazienti diabetici.

 

Diabete. Confronto di verifica tra le formule di emoglobina glicosilata in funzione della glicemia media 2.

Continuazione del post precedente.

 

Curve a gradini.

 

Le curve a gradini considerano che l’attività rimanga quasi costante per sette giorni e successivamente cambi valore settimanalmente.

Fa6

Figura 4. Curve di attività a gradini.

 

Le curve considerano dei valori in rapida discesa, con valori massimi all’inizio e minimi a novanta giorni.

Si tratta di otto curve, che si differenziano leggermente tra loro.

 

GRADINI Q O S m M
SCARTI

0,114285709

0,339683

0,396032

0,083333

0,079365

ESATTI

16

2

17

14

17

 %

11,85

1,48

12,59

10,37

12,59

MIGLIORE

1

0

2

1

1

 %

6,67

0,00

13,33

6,67

6,67

 

GRADINI

124

70

66

105

99

   
 %

91,85

51,85

48,89

77,78

73,33

 

53

BS

71

11

8

7

14

13

 % BUONI

73,33

53,33

46,67

93,33

86,67

22

BS

71

4

7

8

1

2

 % ERRATI  

26,67

46,67

53,33

6,67

13,33

 

Dai dati generali di precisione dei risultati si segnala la formula (Hb77) per l’esattezza e dell’(HbMedTot) per lo scarto medio e l’esattezza.

Dai dati approssimati allo 0.3% in valore assoluto, si segnalano la formula (HbMed) e la formula dell’(Hb46).

Si tratta comunque di risultati non molto significativi, perché si mescolano i dati delle varie curve di attività.

Comunque notevole è il risultato del 93,33% ottenuto dalla curva BS71 nella formula dell’(HbMed).

 

Curve a campana.

Fa5

Figura 5. Curve di attività a campana 1.

 

Le curve a campana sono le più numerose e sono rappresentate su diverse figure.

 Fa7

Figura 6. Curve di attività a campana 2.

Fa8

Figura 7. Curve di attività a campana 3

 

Le curve a campana rappresentano un nutrito gruppo di curve di attività sottoposto a test di verifica.

In totale si tratta di cinquantuno curve, che rappresentano vari andamenti delle curve di attività.

Si sono sperimentate curve, che nei primi giorni hanno valori, che partono da uno per arrivare ai massimi valori verso il sesto giorno, per verificare se all’inizio le molecole di emoglobina abbiano problemi di completamento morfologico e non siano nel pieno esercizio delle loro funzioni.

I risultati del test smentiscono questo fatto.

Fin dal primo giorno le molecole di emoglobina sono efficienti e in grado di collegarsi alle molecole di glucosio.

Dopo circa sei settimane le molecole di emoglobina cominciano a essere meno impegnate nella glicazione per arrivare gradatamente a percentuali trascurabili a circa novanta giorni.

 

CAMPANE Q O S m M
SCARTI

0,058403358

0,353571

0,377941

0,040126

0,026261

ESATTI

49

11

72

42

47

 %

9,61

2,16

14,12

8,24

9,22

MIGLIORE

2

0

1

2

1

 %

13,33

0,00

6,67

13,33

6,67

 

CAMPANE

373

285

233

440

410

   
 %

12,56

10,27

8,96

14,79

14,00

 

56

EL

142

12

9

7

14

14

 % BUONI

80,00

60,00

46,67

93,33

93,33

19

EL

142

3

6

8

1

1

 % ERRATI  

20,00

40,00

53,33

6,67

6,67

 

Dai dati generali di precisione dei risultati si segnala la formula (Hb77) per l’esattezza e dell’(HbMedTot) per lo scarto medio.

I risultati migliori si hanno per l’(Hb46) e l’(HbMed).

Dai dati approssimati allo 0.3% in valore assoluto, si segnalano le formule (HbMed) e (HbMedTot).

Fa10

Figura 8. Curve di attività selezionate per gli ottimi risultati.

 

Per i risultati esatti si segnalano le curve di attività:

La BW75_12 con dodici risultati esatti.

A seguire si segnalano le curve: ES149_11 ed EG137_11 con undici risultati esatti.

Nel campo delle curve con maggiore precisione approssimata allo 0.3% in valore assoluto, si segnala la curva di attività EL142_56 con 56 risultati (somma dei risultati delle cinque formule).

In particolare per (HbMed) e (HbMedTot) la curva EL142_56 ha raggiunto 14 risultati utili con una percentuale del 93.33%.

 

La curva ES149_11 è stata ottenuta mediando le due curve BW75_12 ed EL142_56.

Per l’ES149_11 i risultati esatti sono stati 11 e i risultati approssimati in totale sono stati 47.

Le cinque formule sono rappresentate graficamente nel piano cartesiano con delle rette.

Fa1

Figura 9. Rette che rappresentano le cinque formule.

 

Occorre fare alcune osservazioni.

A parità di HbA1c(%) la glicemia media assume valori diversi secondo la formula di calcolo.

Il valore della glicemia media più piccolo è quello fornito dall’(Hb86) e il maggiore è quello fornito dall’(Hb77).

Fra queste due rette (Hb86) e (Hb77) si ha il tracciato dell’(HbMed), che rappresenta la media tra le due rette.

 

Occorre osservare che la formula migliore per quanto riguarda l’esattezza dei risultati è stata l’(HB77), anche se i risultati esatti in percentuale hanno valori inferiori al 18%.

I risultati dell’(Hb86) sono stati deludenti.

I risultati dell’(HB46) non sono stati pari alla fama conquistata da questa formula, che alla verifica si è dimostrata anch’essa deludente.

 

Per la ricerca del valore esatto si fa preferire l’(Hb77), ma per risultati approssimati in maniera accettabile, è da preferire l’(HbMed).

Considerando che i risultati dei referti dei laboratori di analisi possono avere errori anche del 5%, per cui i valori di referto dell’emoglobina glicosilata possono variare dello 0.3% in valore assoluto, è preferibile fare affidamento sulla formula (HbMed).

 

(HbMed)           HbA1c(%) = (AG(mg/dl) + 81.89) / 34.44

AG(mg/dl) = 34.44 * HbA1c(%) – 81.89

 

Diabete. Confronto di verifica tra le formule di emoglobina glicosilata in funzione della glicemia media 1.

Prendiamo in considerazione le formule dell’emoglobina glicosilata HbA1c(%) in funzione della glicemia media in mg/dl.

 

(Hb46) HbA1c(%) = (46.7 + AG(mg/dl)) / 28.7

AG(mg/dl) = HbA1c(%) * 28.7 – 46.7

 

(Hb86)   HbA1c(%) = (AG(mg/dl) + 86) / 33.3

AG(mg/dl) = 33.3 * HbA1c(%) – 86

 

(Hb77)   HbA1c(%) = (AG(mg/dl) + 77.3) / 35.6

AG(mg/dl) = 35.6 * HbA1c(%) – 77.3

 

(HbMed) HbA1c(%) = (AG(mg/dl) + 81.89) / 34.44

AG(mg/dl) = 34.44 * HbA1c(%) – 81.89

 

(HbMedTot) HbA1c(%) = (AG(mg/dl) + 68.86) / 32.30

AG(mg/dl) = 32.30 * HbA1c(%) – 68.86

 

Si precisa che (HbMed) è la media tra (Hb77) e (HB86).

(HbMedTot) è la media tra (Hb77), (HB86) e (Hb46).

 

Per il Teorema della Media dell’Analisi Matematica le equazioni delle formule, ottenute come media, dovrebbero avere errori inferiori a quelli propri delle singole formule componenti.

Occorre fare una verifica sull’idoneità delle singole formule, prendendo in considerazione le curve di attività dell’emoglobina glicata.

Le curve di attività sono delle curve che, in funzione delle date precedenti in giorni da 1 a 90, danno i valori, che rappresentano l’attività in percentuale delle molecole di emoglobina, che partecipano alla glicazione.

I dati di attività percentuale devono essere divisi per cento.

Si ritiene che le molecole di emoglobina partecipino alla glicazione in funzione della propria età nei novanta giorni precedenti, poiché sembra che le molecole di emoglobina più giovani siano più attive nello stabilire legami con il glucosio.

Occorre individuare l’andamento dei tracciati, che rappresentano le curve delle attività dell’emoglobina glicosilata nei novanta giorni precedenti.

Si considera che novanta giorni sia la vita media dell’emoglobina corrispondente alla vita dei globuli rossi, che la contengono.

Ciascun grafico di attività dell’emoglobina glicata ha alle ascisse i giorni precedenti, da 1 a 90.

Alle ordinate ci sono i parametri percentuali di attività, che saranno successivamente divisi per 100.

Per rendere confrontabili i diversi grafici si è assunta costante l’area sottesa dalle curve di attività e pari a 3000.

Il programma in VBA (Visual Basic Application) di Excel elabora il conteggio della glicemia media assegnando a ciascun giorno un coefficiente di attività dedotto dalla curva di attività.

Sono stati presi in esame settantacinque grafici di attività e si è fatto il confronto dei risultati del calcolo con i dati dei referti forniti da quindici analisi di laboratorio, che sono stati assunti come valori di controllo.

In totale sono stati fatti 5625 controlli di verifica.

I referti dei laboratori di analisi presi in considerazione si riferiscono ad analisi effettuate negli anni 2010 – 2014, sempre dallo stesso laboratorio di analisi e per lo stesso paziente.

Lo stesso laboratorio di analisi garantisce il medesimo procedimento di analisi dell’emoglobina glicosilata, per cui i risultati sono pienamente confrontabili tra loro.

Lo stesso paziente garantisce un’evoluzione glicemica omogenea, i cui risultati sono pienamente confrontabili tra loro.

 

I quindici risultati dei referti di laboratorio nell’ordine sono stati:

1)  0.71;  2)  6,4;  3)  6,4;  4) 6,7;  5) 6,3;  6) 6,4;  7) 6,4;  8) 5,8;  9) 6,1;  10) 6,3;  11) 6,3;  12) 6,3; 13) 7,1; 14) 6,3; 15) 7,2

 

Con questi valori di controllo sono stati confrontati i dati forniti dal calcolo in base alle curve di attività per cercare di scoprire quali siano le curve di attività più affidabili.

Inizialmente le curve di attività sono state raggruppate in base alle loro caratteristiche per scegliere il tipo di attività più consono con i risultati dei referti.

In seguito i confronti sono stati affinati in base ai risultati parziali raggiunti.

Sono state analizzate curve di attività relative ad andamenti rettilinei, esponenziali, a gradoni, a gradini e a campana.

 

Per confrontare le diverse curve di attività occorre fare riferimento ai dati del calcolo da confrontare con i risultati dei referti del laboratorio di analisi.

 

In funzione del confronto con le cinque formule di calcolo, le verifiche previste riguardano:

1) Le medie degli scarti tra valori di referto e valori calcolati.

2) Gli scarti minimi riscontrati, solo nel totale generale delle curve.

3) Il numero complessivo di risultati esatti, in cui i valori di referto coincidono con i risultati del calcolo.

4) La percentuale sul totale dei risultati.

5) I risultati del calcolo per la curva di maggiore rispondenza dei dati con quelli di referto.

6) La percentuale dei dati della curva di maggiore rispondenza.

 

Tenendo conto che i risultati di laboratorio sono affetti da errori non superiori al 5%, si è fatto un altro confronto tra dati dei referti e dati di calcolo e in particolare si sono considerati come abbastanza precisi i dati, che differiscono al massimo dello 0.3% in valore assoluto ed errati i dati che differiscono per più dello 0.3% in valore assoluto.

Per ciascuna delle cinque formule di calcolo sono stati determinati:

1) Il numero totale dei risultati del calcolo, che differiscono dai dati di referto al massimo dello 0.3% in valore assoluto.

2) La percentuale di tali risultati in confronto al totale dei dati analizzati.

3) I dati corrispondenti a quelli della curva di attività, che ha fornito i migliori risultati, intesi come numero di dati rientranti nel campo di 0.3 in valore assoluto.

4) La percentuale di detti dati rispetto ai dati possibili.

5) Il numero dei dati, che hanno dato esito negativo per la stessa curva di attività.

6) La percentuale di questi dati rispetto ai risultati possibili.

 

Per ciascun gruppo di curve di attività e per ciascuna delle cinque formule di calcolo sono state fatte le verifiche sopra specificate.

I grafici sono tutti quotati.

 

Curve rettilinee.

Fa2

Figura 1. Curve di attività rettilinee.

 

Si tratta di sei rette con leggere variazioni del coefficiente angolare, più la retta di colore verde, che rappresenta il legame covalente tra le molecole di emoglobina e quelle di glucosio.

La retta di colore verde è quella che corrisponde all’ipotesi che il legame tra emoglobina e glucosio sia stabile e indissolubile, per cui le molecole partecipano al legame tutte allo stesso modo, quelle del primo giorno di vita come quelle del novantesimo giorno di vita.

Permangono forti dubbi sul fatto che ciò sia plausibile, perché le molecole più giovani sono nel pieno del loro vigore e completezza morfologica e indubbiamente si prestano meglio al legame con il glucosio rispetto alle molecole, che hanno 90 giorni di vita e che possono essere abbastanza malandate, poiché sono prossime alla fine.

Assumendo i valori della retta verde nelle funzioni, che legano l’emoglobina glicata alla glicemia media, si arriva a risultati inverosimili, per cui la retta di colore verde non trova riscontro nei referti dei laboratori e ciò comporta che il legame tra le molecole di emoglobina e quelle di glucosio non può essere di tipo covalente, ma deve essere necessariamente un legame di altra natura.

Tutte le rette sottendono la stessa area, cioè hanno lo stesso integrale da 1 a 90 uguale a tremila.

Le formule sono sinteticamente indicate con le lettere Q, O, S, m e M, che indicano rispettivamente le formule  (Hb46), (Hb86), (Hb77), (HbMed) e (HbMedTot).

 

RETTE Q O S m M
SCARTI

0,03857143

0,338571

0,394286

0,03

0,011429

ESATTI

6

2

13

5

5

 %

8,00

2,67

17,33

6,67

6,67

MIGLIORE

1

0

3

1

1

 %

6,67

0,00

20,00

6,67

6,67

 

RETTE

60

44

34

60

60

   
 %

80

58,66667

45,33333

80

80

 

52

ER 148c

12

9

7

12

12

 % BUONI

80,00

60,00

46,67

80,00

80,00

23

ER

148

3

6

8

3

3

 % ERRATI  

20,00

40,00

53,33

20,00

20,00

 

Dai dati generali di precisione dei risultati si segnala la formula (Hb77) e per lo scarto minimo si segnala l’(HbMedTot).

Dai dati approssimati allo 0.3% in valore assoluto si segnalano le formule (Hb46), (Hb77), (HbMed) e (HbMedTot).

Si tratta comunque di risultati non molto significativi, perché si mescolano i dati relativi alle varie curve di attività.

 

Curve esponenziali.

Fa3

Figura 2. Curve di attività esponenziali.

 

ESPONENZIALI Q O S m M  
SCARTI

0,037499995

0,335714

0,398214

0,033929

0,016071

 
ESATTI

4

0

7

3

2

 
 %

6,67

0,00

11,67

5,00

3,33

 
MIGLIORE

1

0

2

1

1

 
 %

6,67

0,00

13,33

6,67

6,67

 
ESPONENZIALI

44

32

28

56

52

   
 %

73,33333

53,33333

46,66667

93,33333

86,66667

 

53

ER 148X

11

8

7

14

13

 % BUONI

73,33

53,33

46,67

93,33

86,67

22

ER

148

4

7

8

1

2

 % ERRATI  

26,67

46,67

53,33

6,67

13,33

 

Dai dati generali di precisione dei risultati si segnala la formula (Hb77) per l’esattezza e dell’(HbMedTot) per lo scarto medio minimo.

Dai dati approssimati allo 0.3% in valore assoluto, si segnala la formula (HbMed).

Si tratta comunque di risultati non molto significativi, perché si mescolano i dati relativi alle varie curve di attività.

 

Curve a gradoni.

Fa4

Figura 3. Curve di attività a gradoni.

 

Tutte le curve hanno un’area sottesa di 3000, affinché siano confrontabili tra loro.

I grafici sono quotati e i valori sono desumibili dalle quotature.

La curva di colore rosso considera che i valori si possano considerare costanti nell’arco di un mese, per cui si avranno tre valori, uno per il primo mese, uno per il secondo e un altro per il terzo mese.

I valori del primo mese sono i maggiori tra i coefficienti di attività.

I valori di glicemia media e di HbA1c (%) forniti dal programma assumendo la distribuzione dell’attività della curva di colore rosso non corrispondono ai dati rilevati dai laboratori di analisi, per cui la curva di colore rosso deve essere ritenuta poco idonea a rappresentare i coefficienti di attività nei novanta giorni precedenti.

La curva di colore blu considera che i valori dell’attività possano rimanere costanti per una quindicina di giorni, per cui si avrà un valore per i primi quindici giorni, uno per i secondi quindici giorni e così via.

Nei primi quindici giorni si hanno i valori massimi, che vanno diminuendo man mano che ci si sposta verso le date antecedenti.

I risultati forniti dal programma, tenendo per buona la curva di attività di colore blu, migliorano notevolmente rispetto a quelli che si hanno con le curve di colore rosso.

La curva GBN66 blu è tenuta in evidenza per il confronto con le migliori curve, che saranno esaminate in seguito.

 

GRADONI Q O S m M
SCARTI

0,042857142

0,338571

0,391429

0,022857

0,008571

ESATTI

10

0

13

5

6

 %

13,33

0,00

17,33

6,67

8,00

MIGLIORE

1

0

3

1

1

 %

6,67

0,00

20,00

6,67

6,67

 

GRADONI

22

18

47

54

45

   
 %

29,33333

24

62,66667

72

60

 

54

BN

66

11

9

7

14

13

 % BUONI

73,33

60,00

46,67

93,33

86,67

21

BN

66

4

6

8

1

2

 % ERRATI  

26,67

40,00

53,33

6,67

13,33

 

Dai dati generali di precisione dei risultati si segnala la formula (Hb77) per l’esattezza e dell’(HbMedTot) per lo scarto medio.

Dai dati approssimati allo 0.3% in valore assoluto, si segnala la formula (HbMed).

Si tratta comunque di risultati non molto significativi, perché si mescolano i dati delle varie curve di attività.

Notevole è il risultato del 93,33% ottenuto dalla curva BN66 nella formula dell’(HbMed).

Data la notevole quantità di risultati sottoposti a verifica, la trattazione continua nel prossimo post.